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Attacchi di Panico

L’identikit dell’attacco di panico

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Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3923186851
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L’attacco di panico non uccide. Vuole solo annientare, per pochi, interminabili minuti, tutta la persona. Irrompe all’improvviso, è una belva feroce ed invisibile, che attacca senza pietà e avidamente divora qualsiasi pensiero, consapevolezza, certezza.

Ecco quel che accade, un giorno di novembre, a Gianna (nome di fantasia):

“Ero in macchina, all’improvviso mi sono sentita afferrare e lanciare in aria, ho perso il contatto con il suolo e con la realtà. Ma il mondo sembrava continuare odiosamente a girare intorno indifferente: perché la gente per strada continuava a camminare, a sorridere, a parlare? Io ero inseguita, ero preda, di un terrore senza origine, che si materializzava in qualsiasi organo. Niente aveva più forma, niente esisteva più, se non la terribile certezza che la morte stesse arrivando, e prima della morte la follia. Aiuto…aiuto…. nessuno mi vede nessuno mi guarda…scendo apro lo sportello scendo e corro, vengo inseguita e corro, con la coscienza annientata corro….aiuto….Entro senza saperlo in un bar, la voce con cui chiedo aiuto mi risuona nelle orecchie, qualcuno mi viene incontro, mi guarda e chiede cosa succede, ma io non so cosa mi insegue, perché sto morendo….Mi fanno sedere, mi accorgo che qualcuno mi massaggia le mani, che le dita sono rigide, le mani paralizzate, le gambe non stanno ferme. Chiamano l’ambulanza”

Gianna viene trasportata al posto di Pronto Soccorso più vicino, dove viene sottoposta ad un elettrocardiogramma, che risulta negativo. Il cuore è a posto. La sgridano, ha dato un allarme ingiustificato, l’ambulanza non serviva, insinuano che abbia simulato un malessere.

Solo un’infermiera la raggiunge, mentre lei sta per salire in macchina con il marito nel frattempo giunto in ospedale; l’infermiera la accarezza guardandola con dolcezza; le raccomanda di rivolgersi ad uno specialista, a soli 24 anni non può vivere così, non è giusto che sopporti tanto. Quell’infermiera ha compreso che Gianna ha bisogno di un sostegno psicologico.

Lei è stremata, è passata circa un’ora, sembra tutto passato, ma resta la paura; la paura che l’attacco di panico ritorni.

Gianna ha vissuto l’incontro con l’attacco di panico, sintomo nucleare del disturbo d’ansia. Si tratta un episodio che insorge improvvisamente e che fa della persona una vittima inconsapevole di sintomi somatici e cognitivi:

  • Palpitazioni
  • Sudorazione
  • Tremore
  • Sensazione di soffocamento
  • Dolore al petto (viene scambiato per un attacco cardiaco)
  • Vertigini
  • Paura di impazzire e di morire
  • Rigidità degli arti
  • Brividi e vampate di calore

La durata è breve, l’episodio si risolve in mezz’ora al massimo; il terrore passa, ma lascia il posto ad un gran mal di testa e ad una eredità difficile da gestire: la paura che ritorni, all’improvviso, come la prima volta, la cosiddetta ansia anticipatoria. La persona non si sente più libera, la sua vita non è più quella di prima: non può decidere di andare a fare la spesa, potrebbe essere aggredita all’interno del supermercato; non può andare a cena fuori, si profilerebbe una figura terribile davanti a tutti, men che mai si può organizzare un viaggio, non con l’aggressore ignoto pronto a sferrare l’attacco.

Nell’eredità lasciata dall’attacco di panico, infatti, è presente l’agorafobia, l’ansia che induce la persona a temere luoghi o situazioni in cui sarebbe imbarazzante subire quel terrore che l’ha divorata senza pietà, o nei quali sarebbe difficile ricevere aiuto. Soprattutto la persona si sente rassicurata dalla certezza di potersi garantire una via di fuga qualora sia necessario; è la vergogna, è un altro aspetto dell’eredità che l’attacco di panico garantisce,  si preferisce soffrire quel terribile senso di inadeguatezza da soli.

La persona diviene dipendente dagli altri, spesso i propri familiari, a cui viene richiesta una presenza costante. Il paziente sente comunque di essere un peso per coloro che lo circondano, vive un forte senso di frustrazione, e in genere cade in uno stato depressivo ancor più devastante. Al contempo coloro che potrebbero essere di conforto al paziente si allontanano e la rete amicale tende a ridursi. Lo stato in cui versa la persona viene giudicato incomprensibile, non essendo presente un disturbo organico sottostante; il lungo periodo di malessere e disagio rende le figure amiche e parentali insofferenti e stanche.

Cosa si può fare? La paura che l’attacco si ripresenti ha un valore adattivo importante, poiché fa sì che la persona impari a non lasciarsi cogliere di sorpresa. E’ possibile prestare attenzione ai segnali inviati dal corpo :

  • Aumentato senso di calore
  • Aumentata sudorazione
  • Estremità (mani e piedi) fredde
  • Senso di fastidio allo stomaco
  • Ansia crescente ed ingiustificata rispetto alla situazione che si sta vivendo.

Tali segnali comunicano che l’ansia può crescere e trasformarsi in attacco di panico. Può essere molto utile ad esempio occuparsi del proprio respiro, effettuando una respirazione adeguata con cadenza ritmica: inspirare profondamente (a bocca chiusa) ed espirare lentamente (a bocca aperta).m

Un’altra indicazioni è quella di muovere le dita dei piedi dentro le scarpe, cercando di portare il focus sul movimento del dito alluce in particolare, spingendolo verso il basso fino a percepire l’aderenza al suolo, o anche muovere le dita delle mani, aprendo e chiudendo lentamente il pugno.

Seppur molto faticoso da affrontare, non bisogna mai dimenticare che è necessario non abbandonarsi all’idea che si sia malati: l’attacco di panico è un segnale che il corpo invia per affermare la presenza di un disagio, che cela una necessità inascoltata.

Gianna racconta:

“avevo bisogno di essere accompagnata in un percorso di comprensione di me stessa, per poi uscire allo scoperto. Durante il percorso psicologico ho capito che l’attacco di panico non era giunto per caso. Io stessa avevo aggredito me stessa per anni, non mi ero data il permesso di provare a fare ciò che volevo, di ascoltare i miei pensieri e le mie sensazioni, di cercare il piacere nella mia vita. Avevo voluto il controllo su tutto e su tutti, e il panico mi ha assalito quando mi è sfuggita di mano la possibilità di controllare il mondo. E avevo perso di vista me stessa”.

L’attacco di panico è un mostro di creta; sembra forte, ma è fragile, e si nutre della fragilità interiore di coloro che lo subiscono. La persona che vede messe in dubbio le proprie certezze a causa della paura ha bisogno di:

  • intraprendere un percorso di sostegno psicologico con un professionista che accompagni il paziente nel momento di fragilità che sta vivendo;
  • indagare e riscoprire quali risorse interiori possiede, ad esempio caparbietà, perseveranza, senso del dovere
  • riattivare tali risorse in una modalità diversa, indirizzare ad esempio il senso del dovere rivolgendolo a se stessi, per lavorare a favore di un incremento del proprio benessere personale;
  • lavorare per comprendere ed accettare i propri limiti e debolezze, che sono parte di un uomo e di una donna imperfetti, ma capaci di migliorare e di migliorarsi per sempre;
  • iniziare ad agire in maniera autonoma per mettersi alla prova (ad esempio uscire per sbrigare piccole commissioni, per poi gradualmente aumentare il numero delle attività quotidiane);
  • indagare il proprio livello di autostima e senso di autoefficacia, mentre i successi delle attività quotidiane diventano via via più concreti ed evidenti.

 

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