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Stress

Stress Lavoro Correlato

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L’opinione pubblica pensa che occuparsi di stress, carico e fatica mentale, sia un lusso, di fronte al problema degli infortuni e delle malattie professionali che ancora oggi rappresentano, con oltre 1000 morti l’anno, un problema gravissimo e del tutto irrisolto. Ma  cosa sappiamo dello stress sul lavoro?

Lo stress legato al lavoro rappresenta, secondo le statistiche del Ministero della Salute, la seconda malattia professionale più diffusa nell’Unione Europea dopo il mal di schiena. In Europa ne è affetto un lavoratore su quattro.  Chi sono i soggetti a rischio? Sono a rischio potenzialmente tutti i lavoratori, di qualsiasi settore e azienda, indipendentemente dal tipo di contratto di lavoro.

CHE COS’E’ LO STRESS

Il concetto di stress fa parte della letteratura medica da poco più di 50 anni. Il termine inglese è mutuato dall’ingegneria industriale e indica lo sforzo a cui è sottoposto un materiale.

Lo stress è una sindrome generale di adattamento, cioè una “reazione fisiologica aspecifica e adattiva a qualunque richiesta di modificazione esercitata sull’organismo da una gamma assai vasta di stimoli eterogenei”. Lo stress, dunque, è inevitabile e indispensabile. Come diceva Hans Seyle, “senza stress c’è la morte…”.

Noi psicologi parliamo di eustress (dal greco eu: buono, bello), per intendere quelle risposte a stimolazioni ambientali che hanno un effetto benefico e positivo perché soddisfano dei bisogni importanti, quale può essere quello dell’autoaffermazione (un esempio può essere una promozione lavorativa che comporta maggiori responsabilità ma anche soddisfazioni).

Tuttavia in alcune condizioni la risposta di stress può divenire disfunzionale – per inadeguata intensità degli stimoli (sovra o sottostimolazione), per eccessiva durata degli stessi, per caratteristiche di personalità del soggetto - in questo caso parliamo di distress o stress cattivo, quello che provoca un malessere psicofisico, che non è facile risolvere senza l’aiuto di un esperto. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, un inasprimento dei rapporti di lavoro, ecc..

Si possono distinguere delle vere e proprie fasi dello stress caratterizzate dalla messa in atto di tentativi soggettivi di risposta all’evento stressante, ai quali fa seguito, in caso di fallimento, un peggioramento del quadro psicofisiologico.

FASE DI ALLARME L’organismo esposto ad una minaccia attiva una risposta psicofisiologica. L’individuo mette in atto dei programmi di azione (coping) che se hanno successo, comportano il ripristino dell’omeostasi (stato interno psicofisiologico di equilibrio), altrimenti si passa alla fase successiva. ESEMPIO: lo svolgere una attività più impegnativa per periodi di tempo molto prolungati senza riceverne un ritorno causano nell’uomo rabbia e voglia di cambiare lavoro. La rabbia aumenta la frequenza cardiaca, innalza la pressione sanguigna, ecc.. l’uomo potrebbe licenziarsi ripristinando l’omeostasi ma ha famiglia e figli e non può perdere il posto di lavoro…

FASE DI RESISTENZA Comporta una ripetuta esposizione all’agente stressante; l’organismo continua a operare al di sopra del livello di attivazione omeostatico e recupera risorse sottraendole ad altre funzioni (ad esempio: digestione, sistema immunitario). ESEMPIO: l’uomo decide quindi di soddisfare le richieste aziendali cercando di resistere alla pressione. L’uomo si arrabbia continuamente, diventa facilmente irritabile con i colleghi e con la famiglia, ha problemi di memoria, digestivi, di insonnia, mal di testa, ecc…

FASE DI ESAURIMENTO Se lo stress ha superato le capacità di risposta dell’organismo, conduce a squilibri funzionali ed alterazioni organiche. L’organismo non riesce a rispondere a nessuna richiesta. ESEMPIO: l’uomo continua a mangiar male, a bere, e si sente infelice e depresso. Si possono anche sviluppare ulcere, le arterie si potrebbero danneggiare…

LO STRESS DOVUTO AL LAVORO

Può essere definito come un insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze dal lavoratore (NIOSH, Stress at work, 1999). Sono due gli ambiti correlati  allo  stress lavorativo lo stress associato all’esposizione ai rischi fisici: rumore, illuminazione, microclima, ecc.; lo stress associato all’esposizione ai rischi psicosociali: funzione e cultura organizzativa, ruolo nell’ambito dell’organizzazione, evoluzione della carriera, autonomia decisionale/controllo, rapporti interpersonali sul lavoro, interfaccia casa/lavoro, pianificazione dei compiti, carico di lavoro, ritmo di lavoro, orario di lavoro.

I sintomi comportamentali sono: lavorare in modo frenetico, precipitoso, febbrile; mancanza di concentrazione, smemoratezza; riduzione delle capacità percettive, riflessi imprecisi, irritabilità e insoddisfazione. Questi comportamenti espongono il lavoratore a situazioni di pericolo. All’aumentare della percentuale di errori sul lavoro, infatti, aumenta il rischio di infortunio e aumenta la nocività nei confronti della salute.

Secondo l’Accordo Europeo lo Stress Lavoro-Correlato…

-Non è una malattia, ma uno stato che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche e sociali;

-Non è attribuibile alle responsabilità del’individuo ma alle condizioni organizzative ed è lì che bisogna cercarne le cause;

-Non tutte le risposte di stress sul lavoro possono essere considerate come stress lavoro-correlato, bisogna tener conto dell’influenza dello stress che ha origine fuori dall’ambito di lavoro perché anch’esso può condurre a cambiamenti nel comportamento e ad una ridotta efficienza sul lavoro;

-Non concerne la violenza, le molestie e lo stress post-traumatico.

Lo stress non è una malattia ma una situazione di prolungata tensione può ridurre l’efficienza sul lavoro e può determinare un cattivo stato di salute” (Accordo interconfederale 09/06/08).

COME FRONTEGGIARLO?

Il coping è l’insieme di  meccanismi che si mettono in atto per controllare eventi che vengono ritenuti difficili. Il coping è lo svolgimento, la gestione di un processo, il tentativo e non il risultato di tale processo. Quando la persona ammette di trovarsi di fronte ad un problema, può affrontarlo grazie a 3 fattori relativi alla persona (Menaghan, 1983):

-Risorse di coping: fanno parte delle risorse di coping l’immagine di se stessi in termini di forza dell’IO, di autostima, di fiducia nelle proprie capacità, flessibilità cognitiva, l’efficienza nel linguaggio, la capacità di interazione con gi altri.

-Stili di coping: strategia di tipo cognitivo tese ad avvicinare, fronteggiare, risolvere il problema. Propensioni generalizzate di un individuo ad affrontare un problema indipendentemente dal contenuto specifico del problema stesso.

-Tendenze comportamentali: comportamenti specifici che vengono adottati per arginare i potenziali effetti negativi di una situazione di distress. Questi sforzi comportamentali tendono ad essere specifici rispetto al tipo di attività, per cui esisteranno tendenze comportamentali di coping orientate ad eventi singoli.

Secondo le teorie interazioniste, gli stili comportamentali sono modulati dall’influenza reciproca di molteplici variabili: motivazionali, emozionali, cognitive da un lato, socio-situazionali dall’altro. La combinazione di queste variabili entra in una relazione circolare con i processi di valutazione cognitiva (appraisal) che presiedono alla selezione dei comportamenti da parte della persona (Endler, Edwards, 1982). Ne discende che lo stile comportamentale non è una caratteristica immodificabile dell’individuo, ma cambia anche grazie ad appropriati interventi di rieducazione e di counseling psicologico.

 

LA VALUTAZIONE DEI RISCHI PSICOSOCIALI

Non dimentichiamo che lo stress da lavoro è considerato un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori e come tale va trattato. L’accordo europeo prevede che se il problema di stress sul luogo di lavoro è identificato, bisogna agire per prevenirlo, eliminarlo o ridurlo.

Già il D. Lgs n. 626/94 che recepisce la Direttiva Europea 390/89 riguardante il miglioramento della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, al fine di garantire le condizioni di benessere dei lavoratori, accanto alla valutazione dei rischi più tradizionali per la sicurezza e la salute, introduce nel documento di valutazione anche i rischi cosiddetti trasversali (organizzativi e psicosociali). Rischi che traggono la loro fonte dalle scelte organizzative che possono avere una ricaduta negativa sulle persone sia in termini di incremento del tasso infortunistico che di disagio fino a sviluppare vere e proprie patologie.

In seguito anche il D.Lgs 81/08 diventato unico testo di riferimento sulla salute e la sicurezza sul lavoro all’art.28 sottolinea che il documento di valutazione dei rischi deve riguardare la valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004”.

Come possiamo ben capire, l’obiettivo delle norme di riferimento in materia di sicurezza convergono verso un obiettivo, quello di migliorare la qualità della vita lavorativa e l’efficienza sul posto di lavoro.

Diventa quindi fondamentale la figura dello psicologo in azienda, che in quanto esperto del comportamento umano, ha il compito di lavorare per costruire una cultura della sicurezza all’interno delle organizzazioni, attraverso strategie efficaci, finalizzate a migliorare le condizioni di lavoro e a promuovere conoscenze e competenze a tutti i livelli.

Fonte:

Endler, Edwards, Stress and Personality, in Goldgerger, Breznitz, Handbook of stress, 1982.

Menaghan, Marital stress and family transitions, Journal of Marriage and the Family, 1983.

Niosh, Stress at work, 1999

Accordo Europeo 08/10/04 sullo stress lavoro-correlato.

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