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La mafia, il controllo anche nella sessualità

sesso mafia
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Sessualità
Cell.: 347 0341776

È un mondo quasi a-sessuato quello di Cosa Nostra dove vige il detto “Cumannari e meg-ghiu ri futturi” (comandare è meglio di fare l’amore).

L’uomo d’onore appare troppo impegnato a gestire il potere per potersi occupare di altro. Ha rapporti sessuali “istituzionali” con la moglie e approcci erotici frettolosi di tipo “narcisi-stico” con donne facili, di cui si può parlare con altri uomini, vissuti come una forma di do-minio e di potere.

È quanto riporta in uno dei suoi studi il prof. Girolamo Lo Verso, ordinario di Psicologia Clinica all’Università di Palermo, che da più di un decennio ha fatto degli uomini di mafia un oggetto di studio.

Attraverso la sessualità passa molta parte della formazione di un uomo e di una donna in terra di mafia.

  • MAI sotto una donna: decidere di “stare sotto” in un rapporto sessuale vuol dire per un uomo sottomettersi anche nella vita quotidiana.
  • MAI sesso orale: riceverlo è consentito, praticarlo ad una donna vuol dire essere equiparati ad un animale, ad un cane.

E oltr’Alpe le regole divengono ancora più rigide. La Yarde, la potente mafia giamaicana egemone in molti quartieri londinesi e newyorkesi, impone il veto di:

  • praticare e ricevere sesso orale
  • sfiorare l’ano e avere rapporti anali
  • baciare ed usare la lingua (che ad un “vero” uomo deve servire solo per bere).

Queste pratiche vengono considerate sporche e indice di omosessualità (i gay nella cultura mafiosa giamaicana vengono condannati a morte).

Nulla come il “regolamento sulla sessualità” racconta come in terra di criminalità non possa esistere ambito che si sottragga alle logiche ferree di appartenenza, gerarchia e potere.

È Roberto Saviano autore del celebre Gomorra dalle pagine del suo blog riprese dal qutodiano Repubblica  a raccontare le regole complesse i riti rigorosi e i vincoli inscindibili che caratterizzano il codice della mafia.

Un codice non scritto che tutti, però, devono rispettare.

Il controllo della sessualità è fondamentale.
Corteggiare, chiedere anche solo un appuntamento, passare una notte insieme è impe-gno, rischio e responsabilità.

Avere in famiglia una donna considerata troppo “allegra” e “vivace” nei rapporti interperso-nali vuol dire avere una macchia, che precluderà agli uomini di diventare “uomini d’onore”. «All’immagine noi ci abbiamo sempre tenuto» ha raccontato Gaspare Mutolo, uomo d’onore e autista di Totò Riina, parlando di donne e di relazioni intime. E in proposito ricor-da come i capi dei capi degli anni 70 avevano definito con disprezzo la famiglia di Porta Nuova la “famiglia degli spazzini” perché al suo interno alcuni membri avevano un’amante senza far nulla per nasconderla. «Quelli non avevano moralità!» diceva Mutolo spiegando le regole che vigevano nella sua organizzazione:

  • non tradire la moglie
  • non divorziare
  • non importunare le donne di altri uomini d’onore
  • non vantarsi mai di (eventuali) relazioni extraconiugali
  • non avere rapporti omosessuali.

Avvicinarsi ad una donna significa rischiare un’invasione territoriale.

La regola impone di sposare una ragazza conosciuta da piccola, rigorosamente vergine. All’uomo è concesso di avere delle amanti a patto, però, che siano appartenenti a catego-rie di donne ritenute di “secondo livello”: prostitute, straniere dell’est (polacche, moldave, rumene) donne giudicate incapaci di costruire una famiglia e di educare i figli.

E sempre Saviano ad interessarsi dell’universo delle donne di mafia, donne che non  esi-stono di per sé ma solo in relazione ai loro uomini.

Donne che appaiono sciatte e trascurate se il loro uomo è in carcere, con il divieto di tingersi i capelli e di truccarsi: contravvenire equivarrebbe ad una pubblica ammissione di tradimento.
Avere un marito in carcere significa per una donna astinenza totale. Solo i boss maturi, se sono sposati con donne più giovani e sono condannati a pene pesantissime, permettono che le loro mogli possano avere un “marito sostitutivo”. Quasi sempre si tratta del prete del paese o di un fratello, un cugino. Mai un affiliato non del sangue del boss, che godendo del rapporto con la donna potrebbe assumerne di riflesso il carisma e sostituirlo.

Rimanere vedove significa perdere l’identità di donne e ricoprire solo quella di madre. Per una vedova sarà possibile risposarsi solo con il consenso dei figli maschi, solo con un uomo dello stesso grado (o superiore) del padre ma soprattutto solo dopo sette anni di astinenza sessuale e osservazione rigida del lutto.

Le  donne vestono spesso di nero, anche quelle giovani, perennemente in lutto. E sotto il vestito si porta sempre un panno rosso. Le donne anziane usano portare una maglietta rossa, le giovani l’intimo di color rosso. Un ricordo perenne del sangue da vendicare unito al nero il colore della vendetta.

Riferimenti bibliografici:

  • http://www.robertosaviano.it
  • LO VERSO G., LO COCO G., 1999, La psiche mafiosa. Storie di casi clinici e collaboratori di giustizia, Franco Angeli, Milano

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