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Comunicazione efficace

Il termine stesso comunicazione, che letteralmente dal latino significa “mettere insieme, collegare”, dà subito l’idea di qualcosa che viene costruito insieme.
È il processo in cui vengono scambiate informazioni e conoscenze, ma anche emozioni e sentimenti.
Watzlavick, uno dei maggiori studiosi della comunicazione ha asserito, a ragione, che “non si può non comunicare”; infatti qualsiasi cosa noi facciamo o diciamo dice qualcosa di noi, ma fa altrettanto il silenzio…
Si possono distinguere tre tipologie di comunicazione:

  • Verbale: si riferisce alle parole, al contenuto della comunicazione
  • Non verbale: sono gesti, posture, movimenti del corpo, odori, informazioni tattili-cinestetiche…
  • Paraverbale: tono, timbro, volume della voce

Al contrario di quanto si possa pensare, soltanto il 7% della comunicazione passa attraverso il canale verbale, come hanno dimostrato gli studi di Mehrabian. Il “cosa” si comunica quindi, può essere del tutto marginale rispetto al “come”.
Il linguaggio non verbale e quello paraverbale accompagnano quello non verbale e lo rinforzano.
I gesti, il tono della voce, lo sguardo, ci aiutano a dire quello che vogliamo comunicare all’altro.

Molte volte però il nostro corpo dice più di quello che noi stessi vogliamo dire.
Una stretta di mano data in modo disattento, una postura chiusa, uno sguardo sfuggente, possono far arrivare ben altro al nostro interlocutore rispetto a quanto diciamo con le parole.
Si crea quindi una distonia tra i due canali comunicativi.
Anche se tutto spesso avviene a livello inconsapevole, di solito si tende a dare maggior credito al canale non verbale. Questo significa che, nonostante i nostri sforzi verbali…l’altro non sarà per niente convinto di quanto diciamo.

Perché una comunicazione sia efficace, è necessario che il destinatario della comunicazione abbia compreso il messaggio.
Alcuni elementi sono particolarmente importanti:

  • ASCOLTO: è l’elemento essenziale, senza il quale la comunicazione non ha ragione di essere. Ascoltare non è sentire con le orecchie… è “fare vuoto”, perché l’altro possa riempirlo. Se l’altro si sente giudicato, se percepisce che noi svalutiamo il suo problema o lo riteniamo poco importante, non si sentirà ascoltato, non avrà l’impressione che ci stiamo prendendo cura di lui. Ascoltiamo se riconosciamo l’altro come persona e se gli facciamo chiaramente capire con il nostro sguardo, con il nostro modo di accoglierlo, con il nostro corpo e con quello che diciamo che siamo lì per lui.
  • FEED-BACK: è importante stare attenti ai segnali che l’altro ci rimanda mentre comunichiamo: una frase, un sorriso, un cenno del capo, possono dirci se l’altro è sintonizzato sul nostro discorso, se è d’accordo, se sta capendo. È un’informazione preziosa per noi, alla quale dobbiamo prestare molta attenzione. Ci permette di poter “aggiustare il tiro” man mano, in modo da poter far arrivare il nostro messaggio nel modo migliore possibile.
  • TARGET: bisogna tarare la comunicazione sul nostro ricevente (bambino, adulto, anziano…) Possiamo conoscere benissimo l’argomento, ma se non riusciamo a farlo arrivare al nostro interlocutore in quel momento, se non riusciamo a selezionare le informazioni da dare e a porle nel modo giusto, non abbiamo comunicato in maniera efficace.

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