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B4U > Disturbi Alimentazione > Anoressia Nervosa

Il termine di origine greca  rimanda all’assenza di appetito. In realtà chi soffre di anoressia percepisce la sensazione della fame ma cerca di esercitare un controllo su di essa. Si tratta di un disagio che esordisce di solito tra i 12 e i 25 anni, si riscontra prevalentemente nelle donne: il rapporto tra donne e uomini è, infatti, di 9 a 1.

È caratterizzato da restrizioni alimentari molto rigorose che portano a un forte dimagrimento tanto che il peso raggiunto è al di sotto dell’85% rispetto alla norma per età, sesso e statura. Le persone con anoressia hanno paura di ingrassareanche quando sono visibilmente sottopeso. Si percepiscono grasse nonostante siano oggettivamente magre tanto che spesso si è parlato di dismorfofobia ovvero di un’incapacità di percepire le reali fattezze del proprio corpo che viene vissuto esagerato nelle sue dimensioni. Il peso e la forma influenzano eccessivamente i livelli di autostima che sono quasi sempre molto bassi.

Uno dei criteri diagnostici dell’anoressia è la mancanza di 3 cicli mestruali consecutivi in una donna che ha già avuto il menarca. ccorre specificare, inoltre, il sottotipo:

  • Con restrizioni: La persona anoressica non ha avuto né abbuffate né condotte di eliminazione (vomito auto-provocato, uso di diuretici, lassativi);
  • Con abbuffate/Condotte di Eliminazione: Nell’episodio attuale di anoressia la persona si è concessa delle abbuffate in cui ha introdotto una quantità di cibo eccessiva rispetto a quella che mangerebbe, nello stesso periodo di tempo, una persona senza disturbi alimentari, oppure ha usato in modo inappropriato diuretici e lassativi.

LE CAUSE

Sono stati chiamati in causa, di volta in volta, diversi fattori nel tentativo di rintracciare l’origine dell’anoressia nervosa.

  • Alcune ipotesi psicodinamiche prendono in considerazione i rapporti conflittuali madre figlia in cui la madre inglobante, iperprotettiva e onnipresente non lascerebbe spazi di crescita e autonomia alla figlia mentre la figura paterna è assente e non riesce a farsi spazio nel loro rapporto simbiotico, denso di vissuti ambivalenti.
  • L’approccio sistemico-relazionale sposta l’attenzione sull’intera famiglia individuando delle caratteristiche peculiari del “sistema anoressico”. In particolare si tratterebbe di famiglie invischiate con confini poco definiti, caratterizzate da iperprotettività, ipervigilanza ed evitamento del conflitto.
  • Secondo le ipotesi dispercettive di Ilde Bruch, invece, le persone che soffrono di anoressia hanno una carente consapevolezza delle sensazioni e dei bisogni del proprio corpo unitamente a una difficoltà nella percezione dell’immagine corporea.
  • Alcune ipotesi biologiche fanno riferimento al malfunzionamento degli ormoni gastrointestinali che regolano l’assunzione di cibo e il senso di sazietà. In particolare da alcune ricerche è stata riscontrata la compromissione della grelina, un ormone che ha il ruolo di stimolare l’appetito e della leptina che invece è coinvolta nella regolazione del peso corporeo. Potrebbe essere alterato anche il funzionamento di alcuni neuropeptidi della tiroide. Recentemente alcuni ricercatori della Chiba University in Giappone hanno riscontrato nelle donne anoressiche un abbassamento del “fattore neurotropico” (BDNF) necessario alla crescita e alla sopravvivenza dei neuroni. In particolare le donne dello studio con un basso livello di questa proteina mostravano un’autostima carente e soffrivano spesso di ansia e depressione. Inoltre era stato già precedentemente osservato che i livelli di questa proteina tornavano ai valori normali dopo la guarigione. Benché i risultati di tali ricerche non esauriscano la complessità dell’eziologia biologica dell’anoressia, la possibile futura valutazione della proteina (BDNF) come marker biologico per prevedere un’eventuale evoluzione del disturbo, sarebbe senz’altro un elemento utile ai fini della prevenzione.

TRATTAMENTI

Data la complessità dei sintomi dell’Anoressia e, in generale di tutti i disturbi del comportamento alimentare, e data la loro eziologia plurisfaccettata, l’approccio terapeutico dovrebbe essere, come risposta, interdisciplinare e dovrebbe coinvolgere, quindi, diverse figure professionali: medici, dietisti, internisti, psicologi, psicoterapeuti e psichiatri.

Dai disturbi alimentari si può, infatti, guarire ma molto dipende dalla gravità, dall’età di esordio e dalla durata del disturbo. Risultano quindi fondamentali la precocità della diagnosi e un successivo intervento commisurato alle specifiche caratteristiche sintomatologiche a ai significati che il disturbo assume per ogni particolare paziente.

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