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Nomofobia: quando la connessione è tutto

Nomofobia
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Dipendenze, Sessualità
Cell.: 3804739760

“Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli”  – Tonino Cantelmi -

La Nomofobia (dall’inglese no-mobile phobia) è definita sindrome della disconnessione, ovvero la paura e la forte ansia di rimanere fuori dal contatto con la rete mobile, di non essere più “connessi”.

In Italia più del 93% degli over 18 possiede uno smartphone, il 75% comunica attraverso WhatsApp e il 69% condivide quotidianamente foto e video. In una ricerca effettuata nel comune di Monza, su più di 2000 ragazzi intervistati tra il 2010 e il 2016, si è passati dall’8% dei ragazzi che nel 2010 dichiaravano di connettersi quotidianamente, al 96% nel 2016.

Questi sono dei dati che danno l’idea di quanto gli strumenti tecnologici, in particolare lo smartphone, siano ormai parte integrante della nostra vita quotidiana.

Quali sono le caratteristiche principali della Nomofobia e quando dovremmo preoccuparci?

Le ricerche internazionali hanno individuato questi aspetti:

  • stato di ansia quando la batteria del cellulare sta per finire e non si ha la possibilità di ricaricarlo a breve;
  • forte preoccupazione per la fine del credito;
  • possedere più cellulari;
  • andare a dormire con il cellulare a letto;
  • vamping (dall’inglese vampire=vampiro), il connettersi ripetutamente durante le ore notturne evitando di dormire;
  • utilizzare il cellulare in posti dove non è consentito o agitarsi quando non lo si può usare;
  • Ringxiety (ring=squillo anxiety=ansia), ovvero il guardare compulsivamente lo schermo del cellulare nell’attesa di una notifica di messaggio o di una chiamata.

Da un punto di vista clinico la Nomofobia sembrerebbe accomunarsi a un disturbo d’ansia, in realtà molte ricerche internazionali hanno evidenziato come la dinamica che si instaura tra la persona e lo strumento tecnologico, che ha poi come conseguenza i comportamenti sopra descritti, si avvicina più alla dipendenza patologica. Questo perché agisce anche a livello organico sulla produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il nostro umore. Ad esempio quando sentiamo lo squillo di una notifica ci attiviamo positivamente perché iniziamo a immaginare una possibile novità positiva. L’estremo di questo comportamento può diventare, come detto prima, il guardare compulsivamente lo schermo del nostro cellulare, anche in assenza di segnali o squilli.

C’è da aggiungere che molte delle caratteristiche che vengono indicate nella Nomofobia sono ormai presenti nella nostra vita quotidiana. È’ abbastanza probabile, infatti, che molti siano andati, almeno una volta, in ansia perché il cellulare stava per spegnersi, o che abbiano vissuto forte disagio nel non poter controllare il cellulare aspettando un importante chiamata. Tutto questo senza per forza sviluppare una dipendenza.

Il discorso diventa più complesso quando si parla di adolescenti. Il contatto dei ragazzi con la tecnologia avviene ormai sempre a un età più bassa. In italia, in media, avviene verso i 12 anni. Questo vuol dire che verso quest età in media i ragazzi ricevono mediamente il loro primo smartphone. Sappiamo benissimo, però, che già nei primi anni di vita i bambini entrano in contatto con strumenti tecnologici. Sempre più spesso i genitori usano la tecnologia per distrarre, intrattenere o semplicemente divertire i propri figli. Questi comportamenti non sono da giudicare a prescindere, ma meritano un approfondimento.

Entrare in contatto con uno strumento tecnologico vuol dire iniziare a entrare in contatto con un nuovo linguaggio, con un nuovo mondo fatto di stimoli e regole precise. Bisogna imparare a stare in contatto con la tecnologia. Dove sarebbe il problema? Mentre un adulto, con le dovute eccezioni, ha le risorse e gli strumenti per gestire un tipo di rapporto con la tecnologia, il bambino ne viene catturato senza avere la possibilità di dare un vero senso a quell’esperienza.

È come imparare una lingua perché ogni giorno la si ascolta per inerzia, piuttosto che studiarla attivamente analizzandone le regole, la grammatica, la storia. Entrare in contatto troppo presto con la tecnologia, senza adeguati controlli e spiegazioni, mette a rischio il ragazzo ad abituarsi presto a un tipo di mondo, fatto anche di relazioni, che può sovrapporsi perfettamente a quello reale.

Prendiamo in esempio due fattori fondamentali nell’adolescenza: il desiderio sessuale e la trasgressione. Entrambe tappe evolutive fondamentali nella formazione di un sé sano e nel riconoscersi un’ identità ben definitia.

Come si inserisce la tecnologia in tutto questo?

In adolescenza la persona scopre i propri impulsi sessuali attraverso i cambiamenti del proprio corpo, attraverso il desiderio dell’altro e il riconoscimento da parte del mondo esterno della propria sessualità. Attualmente sono aumento le percentuali che vogliono i ragazzi contattare la propria parte sessuale in primis attraverso la tecnologia, piuttosto che con il corpo e il desiderio. Attraverso ad esempio il sexting, ovvero la scrittura di messaggi a sfondo erotico, o l’invio di foto e video hard. Questo può allontanare la conoscenza del proprio corpo e di quello dell’altro, rendendo distaccato l’incontro con il desiderio sessuale.

Anche la trasgressione, bisogno fondamentale che porta il ragazzo alla scoperta dei propri limiti e di quelli del mondo esterno, che permette di iniziare il distacco dai propri genitori mettendo in discussione regole prestabilite, con il bisogno di scoprirne di nuove. Pensiamo a fenomeni attuali come i selfie fatti mentre è in arrivo un treno. La trasgressione diventa tale ed esiste soltanto se può essere messa in rete, condivisa con migliaia di persone e vista attraverso like ed emoticon.

Come vediamo, dunque, il pericolo nel lasciare che i più giovani si abituino a un certo tipo di linguaggio troppo presto, è quello di compromettere fasi evolutive fondamentali per uno sviluppo sano del sè.

Cosa fare dunque?

Ovviamente è inutile negare o vietare. La tecnologia resta sembra un valido strumento di interazione, necessario per migliorare la vita di tutti giorni. Quello che serve è la capacità di dare un senso a questo tipo di strumento. I genitori non dovrebbero dimenticare il loro ruolo di guida, anche rispetto all’uso degli strumenti tecnologici, magari interrogandosi prima su che tipo di uso ne fanno loro, parlando apertamente con i figli, per ridurre la possibilità che sia la tecnologia a sostituirli come guida.

 “La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita” - Harvey B.Mackay -

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