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Infanzia e Adolescenza

Mutismo selettivo nel bambino

Come affrontate il mutismo selettivo?
cristina Cristina Pecorari Velletri (RM)
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3804653634

Confrontarsi con bambini o adolescenti con mutismo selettivo può lasciare molti adulti disorientati. Non è facile trovare il giusto approccio da tenere, forse perché poco conosciuto e poco diffuso rispetto ad altri disturbi dello sviluppo ma grande il disagio per chi ne è coinvolto.

Ma cos’è il mutismo selettivo?

Avvicinarci a qualche loro storia, può aiutarci a comprenderlo. Il mutismo selettivo è:

  • “un adorabile bambino di 6 anni, pieno di vita, che corre e gioca rumorosamente nel suo giardino, ma che si irrigidisce e perde ogni espressività entrando nella sua classe…
  • un bambino di 9 anni che grida a squarciagola per tifare la sua squadra preferita di hockey alla televisione, ma si ritrova sempre solo alle feste e distoglie lo sguardo se un altro bambino si avvicina a lui…
  • un adolescente di 15 anni, che adora usare il computer, giocare e scherzare con il suo migliore amico quando è a casa sua, ma non può dire niente allo stesso amico quando è insieme a lui al liceo.” (tratto da “Comprendere il mutismo selettivo” di E. Shipon-Blum)

Il bambino, l’adolescente è perfettamente in grado di parlare, ma riesce a farlo solo in un ambiente a lui familiare e in cui si sente a suo agio.

È probabile che, quando gli viene rivolta una domanda, rimanga impassibile, eviti il contatto visivo o abbassi la testa. Persistente è l’incapacità di parlare in situazioni sociali nelle quali ci si aspetti che si parli, quali la scuola o con i compagni e ciò compromette i risultati scolastici e la comunicazione sociale.

Il mutismo selettivo è un disturbo che disorienta.

Disorienta gli insegnanti che non comprendono il silenzio del bambino e non sanno come aiutarlo. Molti i loro dubbi: Devo spronarlo o lasciarlo stare? Perché non riesco a farlo parlare? Il bambino vuole attirare l’attenzione? Ha un atteggiamento oppositivo nei miei confronti?

Disorienta i genitori che a volte si sentono impotenti e non riescono a capire perché loro figlio non parla, quando a casa con loro parla tranquillamente! Genitori che si devono confrontare con il mondo sociale e ne devono “sopportare” lo sguardo duro, i commenti, le reazioni, le supposizioni negative: “Cosa sarà capitato di così terribile a questo bambino che non parla?”

Frustrazione, rabbia, senso di colpa, disperazione le emozioni che i genitori possono provare.

Disorienta il bambino, l’adolescente stesso che non capisce perché le parole escono quando è a casa rilassato, mentre in altre situazioni non riescono a uscire, proprio quelle dove tutti gli altri riescono a comunicare con disinvoltura. Tutto ciò li fa sentire avviliti, sconfortati, demoralizzati e spesso nella maggior parte dei casi soli, isolati e PRIGIONIERI DEL LORO STESSO SILENZIO!

Va chiarito che non si tratta di semplice timidezza, di un comportamento oppositivo, di una forma di autismo…il mutismo selettivo è una vera e propria ansia da comunicazione.

Cosa può aiutarlo?

  • Innanzitutto accettare che il mutismo selettivo è un’ansia da comunicazione. Ciò per abbassare le proprie ansie sul fatto che non parli e rapportarsi con lui in modo più rilassato e libero da paure. Più lui intuisce l’aspettativa da parte degli altri che lui parli, più sarà difficile per lui farlo, facendo scattare in lui un’ansia ancor più paralizzante.
  • Mai forzarlo nel farlo parlare immediatamente, ma aiutarlo a progredire verso tappe graduali di comunicazione. Iniziando con una comunicazione non verbale, fatta di gesti, espressioni facciali, movimenti del corpo, per poi procedere con il bisbiglio e il graduale aumento della voce.

Gli insegnanti come possono aiutarlo?

Vediamo quali strategie possono essere utili a scuola.

  1. farlo sentire accettato e metterlo a proprio agio in classe, evitando di aumentare le attenzioni verso di lui
  2. incoraggiarlo con il linguaggio non verbale; può essere anche utile inserire il disegno o l’utilizzo di cartellini come modalità di comunicazione
  3. inserirlo nella conversazione all’interno della classe, ma senza mai aspettarsi che parli o risponda
  4. favorire l’interazione sociale, individuando coetanei con cui gli è più facile giocare, proponendo dei lavori in piccoli gruppi che facilitano l’interazione con l’altro
  5. elogiare ogni suo comportamento interattivo o comunicativo e le sue qualità positive, per aumentare la sua autostima spesso carente.

I genitori invece possono aiutarlo:

  1. rassicurandolo ed esprimendo comprensione per il disagio che prova
  2. trasformando le attività del quotidiano, come vestirsi per andare a scuola, in gioco
  3. cercando di essere stimolanti verso di lui, ma anche pazienti, rispettosi e accoglienti
  4. confrontandosi con altri genitori con problemi simili, con gli specialisti e gli insegnanti per evitare di sentirsi smarriti, soli e attuare insieme l’approccio migliore per un adeguato intervento di recupero.

Per concludere, se si riesce a creare un ambiente familiare nel quale il bambino, l’adolescente si sente a suo agio si può rimanere affascinati da quanto lui possa diventare un esperto di comunicazione non verbale!

Il compito degli adulti sarà allora quello di accompagnarlo con rispetto nel superare la sua ansia, accrescendo pian, piano la sua fiducia.

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