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Emozioni

L’invidia: difficile da riconoscere e da ammettere anche a se stessi

invidia
roberta-mattozzi-psicologo-roma Roberta Mattozzi Colleferro ()
Psicologo
Aree di Competenza: Alimentazione, Ansia e Depressione, Genitori e Figli
Cell.: 3342724735

 

Spesso confusa con la gelosia, l’avidità o con il rancore, l’invidia è una emozione ben precisa, ritenuta ripugnante, inconfessabile e quindi vissuta in solitudine. Nell’immaginario collettivo spesso invidia e gelosia sono considerate come la stessa emozione. Lo psicologo Gerrod Parrot, ricercatore presso l’Università Georgetown a Washington precisa che l’invidia «è la sofferenza per la mancanza di qualcosa che altri hanno (denaro, successo..)», invece la gelosia «è una emozione che si sperimenta all’interno di una relazione intima tra due persone, cioè quando uno teme di perdere una persona cara al confronto con un rivale».  Accade però che queste due emozioni si concentrino nella stessa situazione e ciò avviene per esempio quando in una relazione intima si prova gelosia a causa di una terza persona che possiede delle qualità per cui si prova anche invidia!

Chi è l’invidioso?

L’invidioso vede qualcosa di buono e di bello nel prossimo e anziché tentare di seguirne le orme, rimane avvinghiato in un certo fastidio continuo che gli “rode” dentro. Affinché sia riconosciuta come invidia occorre che prevalga l’aggressività distruttiva, dunque non ci si preoccupa più delle proprie capacità, ma del tentativo di danneggiare colui che si invidia. L’invidioso può rivolgere la propria invidia verso oggetti materiali che non si possiedono e che si vorrebbe avere, ma anche verso doti possedute dall’invidiato come per esempio la bellezza, l’intelligenza, il fascino: in certi casi l’invidioso reagisce tentando di disprezzare o di sminuire l’invidiato, perché ai suoi occhi questo è colpevole di evidenziare ciò che l’invidioso non ha, potrebbe sentirsi sminuito dall’esistenza dell’invidiato e danneggiato da questo.

Cos’è l’invidia?

L’invidia è un’emozione particolarmente sgradevole, difficile da riconoscere e da ammettere anche a se stessi, è molto poco accettabile socialmente! La si vive in solitudine perché chi manifesta invidia riconosce indirettamente la superiorità della persona invidiata e di conseguenza la propria inferiorità e il proprio fallimento. Aristotele nella Retorica afferma: «Noi invidiamo coloro il cui successo suona come un rimprovero fatto a noi.»

L’invidia è un misto di ammirazione, desiderio, emulazione, irritazione e odio verso chi possiede qualcosa che noi non abbiamo. Presuppone un confronto e un paragone con qualcun altro che ci obbliga a riconoscere la nostra inferiorità: ciò che fa soffrire molto è la consapevolezza di non avere gli strumenti necessari per modificare la situazione. In conseguenza a questa sensazione, se ci si rende conto di non poter far nulla per sopperire alla frustrazione e al senso di inadeguatezza, subentra la rabbia, fino a provare il desiderio di distruggere l’altro che ci mette suo malgrado di fronte alla nostra bassa autostima.

L’invidia è tanto più forte quanto più profondo il nostro senso di inferiorità che deriva dal paragone con l’altro il che costringe a sminuire l’immagine che abbiamo del nostro sé. Si prova invidia quando si attribuisce all’altro una netta superiorità in un dato campo o in una qualità a cui diamo un grande valore e importanza

È vero che l’invidia è donna?

Nei dipinti del Rinascimento l’ Invidia  è rappresentata da una donna misera, gobba, zoppa che si strappa serpenti velenosi dai capelli scagliandoli contro gli altri. Per i buddisti è uno dei fattori mentali che si trasforma in odio e per gli islamici è un sentimento infimo che appartiene solo a chi non professa la loro fede. Nella Bibbia l’invidia è definita il “cancro delle ossa”, perché l’invidioso rodendosi si corrode e quindi non può che produrre effetti molto negativi sulla propria salute psichica e del corpo.  Per la religione cattolica è uno dei sette vizi capitali, e Dante Alighieri inserisce gli invidiosi non nell’inferno ma nel purgatorio, nella seconda cornice del Canto XIII, raffigurandoli mentre si sostengono tra di loro appoggiati ad un monte, indossando un abito ruvido e con le palpebre cucite dal fil di ferro. Non a caso anche Dante diede risalto al simbolo della vista, degli occhi:  il termine invidia deriva dal latino invidere, cioè guardare di traverso, in modo maligno! Anche Giotto  nella iconografia rinascimentale ritrae l’invidia puntando molto sugli occhi e sulla vista, la dipinge come una donna più brutta e repellente che mai, con un sacchetto di denari in mano, una serpe velenosa sulla nuca che spunta sotto il turbante ed entra negli occhi dell’invidioso e lo rende cieco.

L’invidia è spesso rappresentata al femminile, anche le ricerche effettuate in questo ambito testimoniano che le donne sono più invidiose degli uomini, questo potrebbe essere spiegato dal fatto che le culture e le società più diffuse scoraggiano in esse l’atteggiamento competitivo -che inoltre è il lato positivo dell’invidia- alimentando questo sentimento senza possibilità di sbocco.

L’invidia può avere molte sfaccettature:

  • L’ Emulazione: sentimento basato sull’ammirazione per qualcuno e sul desiderio di eguagliare, imitare o addirittura superare quella persona.
  • La Ferita Narcisistica: sensazione di bassa autostima e senso di inferiorità.
  • La Bramosia: desiderio di possedere le cose cha altri hanno.
  • La Rabbia : sentimento rivolto a chi possiede, può essere lieve o arrivare fino a desideri maligni verso la persona che possiede la cosa invidiata.

Un importante ricerca effettuata sul sentimento dell’ invidia ha rivelato che quando si prova questa sensazione si sperimenta un vero e proprio dolore fisico, come bruciarsi un dito o slogarsi una caviglia! Tale scoperta è stata effettuata dal giapponese Hiedehiko Takahasahi, neurologo e psichiatra al National Institute of Radiological Sciences di Tokyo. La sua ricerca ha consentito di individuare le aree cerebrali coinvolte nell’insorgere dell’invidia, scoprendo che sono le stesse coinvolte quando si prova un intenso dolore fisico, cioè la corteccia cingolata dorsale anteriore. Il cervello percepisce allo stesso modo il dolore fisico e quello sociale.

Da dove nasce l’invidia?

Le radici dell’invidia possono affondare nel profondo della personalità di un soggetto, può anche risalire ad una mancanza di affetto subita in passato, da un’eccessiva competitività o da dei desideri che sono stati frustrati. Alla base dell’invidia potrebbe celarsi la disistima e la conseguente capacità di vedere le cose e gli altri senza fare paragoni con sé stessi: in questo senso, si può affermare che l’invidioso è generalmente frustrato, ossessivo, manipolatore, con pochi scrupoli e talvolta ipocrita.

Molti studiosi si sono soffermati sulle radici di questo sentimento, tra cui anche lo psichiatra Alessandro Meluzzi: «L’ Invidia  è un malessere di tipo aggressivo irrisolto che va necessariamente a incidere sulla propria identità . Non si potrebbe definire costituzionale, perché la vita è fatta di stagioni, di tappe dell’evoluzione della personalità , di momenti, ma certamente è un segnale di malessere profondo del proprio sé. Il sentimento dell’invidia è etero-aggressivo, cioè rivolto verso l’altro, ma anche verso se stessi, cioè autoagressivo e autodistruttivo. Questo meccanismo avviene perché alla base di tutto, l’invidioso esperisce una condizione di inferiorità, di bassa autostima: sentimenti che spesso vengono celati dietro un’apparente sicurezza. L’invidioso nel tentativo di disprezzare o sminuire l’invidiato, ritenuto “colpevole” di evidenziare ciò che l’invidioso non ha, può assumere comportamenti molto aggressivi. Può raggiungere toni esasperati, arrivando anche al pubblico disprezzo. Fatti di cronaca nera che hanno alla base l’invidia ce ne sono tutti i giorni, ed è difficile dire quali non siano riconducibili all’invidia. Non si tratta di un’attenuante, ma anzi di un’aggravante, perché si parla di “futili motivi”, che come l’ira e la gelosia, non sminuiscono affatto la colpa di ha commesso il delitto. E anche la letteratura, da Iago in avanti, è costellata da innumerevoli esempi di personaggi animati dalla volontà di distruggere l’altro per minimizzare la disistima di sé.

L’invidia è un peccato capitale che colpisce trasversalmente tutti coloro che non si amano abbastanza o che hanno un grave problema d’identità e quindi, riescono a definirsi solo in termini di opposizione anziché positivi e costruttivi»

Parrot W.G. , 2007 The Emotions: Social, Cultural And Biological Dimensions, Rom Harre
Epstein J., 2006,  Invidia, Cortina Raffaelle
Barberi M.,  Il tarlo dell’anima, Mente & Cervello, Settembre 2009

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