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Infanzia e Adolescenza

Linguaggio, apprendimento e psiche

Lo sviluppo del linguaggio dei bambini
Francesca Ciancio ancona psicologa Francesca Ciancio Ancona (AN)
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Alimentazione, Ansia e Depressione, Dipendenze, Genitori e Figli
Cell.: 3389046154

Spesso capita di ascoltare bambini parlare al parco, all’asilo, a scuola…. A tutte le mamme è noto come l’apprendimento del linguaggio proceda per gradi e secondo tempi peculiari per ogni bambino, all’incirca intorno ai due anni, però, tutti i bimbi dovrebbero saper dire almeno 50 parole (i più arrivano alle 300), se ciò non accade non vuole dire non possa esservi un recupero successivo, ma può esser un campanello d’allarme e, se la situazione non evolve, meglio chiedere aiuto.

Bambini che soffrono spesso di otite avranno ad esempio maggiori difficoltà nel sentire e dunque nell’acquisire per imitazione il linguaggio… Particolari patologie o anche difficoltà emotive possono influire nell’acquisizione. Un bambino che parla male,  (non pronuncia una lettera, ne scambia una per l’altra, parliamo di semplici dislalie come le chiamano gli esperti, cioè difetto legato alla lettera, fino ad arrivare a difficoltà maggiori legate alla composizione della frase, inerenti alla produzione o alla comprensione verbale) verrà controllato per ciò che concerne udito e apparato fonatorio, una volta escluse cause biologiche, si potrà pensare a un qualche fattore che ha rallentato l’acquisizione, ma quello su cui concentrerei oggi l’attenzione è il significato da dare al sintomo e agli atteggiamenti del bambino… Spesso corriamo ai rimedi ricorrendo a qualche seduta riabilitativa dal logopedista senza chiederci: Cosa vuole dire se il bambino non pronuncia questa lettera? Se non usa certe categorie di parole? O anche: Se ancora non parla… Spesso anche la psiche ha il suo peso.

E quando la difficoltà si trascina è facile che a scuola il bambino ne risenta, il linguaggio è tramite dell’apprendimento e difficoltà nella sfera del primo possono ripercuotersi sul secondo. Quelli che definiamo disturbi specifici di apprendimento (dislessia ovvero difficoltà nella lettura, disgrafia e disortografia rispetto alla scrittura, discalculia se parliamo delle capacità matematiche) caratterizzano soggetti con quoziente intellettivo nella norma, che tuttavia presentano grosse difficoltà di acquisizione specifica, mancanza di concentrazione ed attenzione… Sono bambini che spesso vengono considerati semplicemente svogliati o poco brillanti, ma che, se compresi, possono essere aiutati sia con metodi di insegnamento più appropriati, sia con un sostegno psicologico.

Un bambino che ha difficoltà emotive o affettive, preoccupazioni legate alla vita familiare o sociale può reagire isolandosi e chiudendosi (e spesso passa inosservato in questo caso), o può esprimere il disagio con un comportamento dirompente, con atteggiamenti provocatori o anche sviluppare problemi inerenti la sfera degli apprendimenti, spesso tali reazioni si associano o si alternano…

Fondamentale è un occhio attento da parte di insegnanti e di genitori e l’astenersi da giudizi avventati e svilenti perché spesso dove c’è un problema se lo si ignora si innesteranno in futuro altri disagi, se lo si affronta in modo sbagliato, tuttavia, si possono avere ripercussioni altrettanto nocive.

Rivolgersi ad un esperto nel settore può esser utile anche solo per una consulenza orientativa, inoltre nei Servizi Sanitari esistono le UMEE (Unità Multidisciplinari per l’età Evolutiva) che grazie alla presenza di Psicologi, Logopedisti, Neuropsichiatri ed altre figure specifiche sono una buona risorsa per aiutare a riconoscere e gestire le difficoltà relative a questi temi.

Nel bambino che ha problemi nell’acquisizione del linguaggio andremo:

  1. prima di tutto a verificare che l’apparato uditivo e fonatorio funzionino bene;
  2. escluse però cause biologiche (o neurologiche a volte), dovremmo pensare anche alla causa ed al fine che hanno i sintomi.

Spesso andiamo dal medico (di qualsiasi dottore si tratti) perché vogliamo eliminare un sintomo fastidioso, se parliamo di febbre o mal di gola è l’approccio più indicato, ma se dietro al sintomo si nasconde un disagio psicologico spesso non basta eliminare il visibile, il sintomo anzi è un campanello d’allarme da cui partire per un lavoro molto più globale, che vada a ristabilire un equilibrio spesso fragile o assente. Alcuni psicoterapeuti puntano allora l’attenzione sul perché del sintomo, da cosa nasce, questo aiuta a capire e lavorare per modificare il quadro che ha portato fin lì, aiuta la famiglia per esempio a comprendere la sofferenza del figlio e l’approccio migliore da tenere col bambino; ma c’è anche un altro punto di vista importante, chiedersi il fine (oltre la causa), a cosa serve questo sintomo, cosa succederebbe senza, come aiuta il bambino, da cosa lo protegge o cosa vuole esprimere… Queste per me sono le domande fondamentali.

Anche con la psicoterapia dell’adulto si può procedere da queste due strade, spesso non è semplice comprendere i nostri veri perché, riusciamo a guardarci indietro e se siamo bravi a scovare nel nostro passato, nell’atteggiamento dei nostri genitori, nelle esperienze fatte, i semi di quello che siamo diventati, ma spesso arrivati ad un primo livello di spiegazione ci fermiamo, siamo abituati a darci dei perché non ad ascoltarci, a sentire… E’ diverso ascoltar la testa, la ragione, o le emozioni e quindi sentire davvero il disagio e da dove viene.

Il bambino è più vicino alle emozioni e meno razionale, questo rende più facile per lui cambiare, elaborare affettivamente… Ma più difficile comprendere e spiegare; per questo col bambino si lavora diversamente che con l’adulto, non con il ragionare ed il parlare, ma attraverso il dialogo emotivo, il simbolico, il livello subconscio. Molti si chiederanno come è possibile portarci su questo piano se il disagio del bambino è nell’ambito degli apprendimenti, se è un ragazzino che “non ha voglia di studiare”, o “non parla bene”, o “non parla affatto”, che c’entra il piano emotivo, perché non fargli fare ripetizioni, o non mandarlo dalla logopedista, o magari non esser più severi? E’ qui che è importante fermarci a riflettere; se il bambino non ha voglia di studiare possiamo dire che è uno scansafatiche, accusare la maestra, trovarci altre mille spiegazioni, lo stesso negli altri due casi: potremmo razionalmente dire che il bambino parla male perché al nido ha preso tante otiti e raffreddori, sentendo male ha sviluppato difficoltà nell’apprendere la lingua; se non parla affatto, possiamo pensare a un disturbo neurologico, a un capriccio, o altro… Ma come orientarci? Lasciamo da parte le cause, spesso sono diverse, ne troveremo poi certamente alcune valide da tener a mente, ma concentriamoci sul vedere il bambino, non il sintomo. Cerchiamo di capire il ragazzino per come è e come agisce, proviamo a sentire le sue emozioni, di qui arriveremo a capire il sintomo, il suo significato. Quando saremo entrati davvero in sintonia con il bambino potremmo aiutarlo ad entrare in dialogo con sé stesso, con le persone che gli sono vicine e con il suo disagio…

 

Bibliografia

BIANCARDI ANDREA; MILANO GIANNA, Quando un bambino non sa leggere: vincere la dislessia e i disturbi dell’apprendimento, Milano, Rizzoli, 1999.

BIANCHI DI CASTELBIANCO FEDERICO; DI RENZO MAGDA (a cura di), Disfasia, dislessia, sordità: diagnosi precoce e rieducazione: atti del 4. convegno nazionale, Roma, 4-5 maggio 1985, Parma, Edizioni scientifiche Oppici, 1986.

CORNOLDI C., Le difficoltà di apprendimento a scuola, Bologna, Il Mulino, 1999

STELLA G., “La dislessia: aspetti clinici, psicologici e riabilitativi”, Ed. F. Angeli, Milano 1996.

 

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