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Autostima

L’autocritica che rende infelici

fiducia-giovedi
cristina Cristina Pecorari Velletri (RM)
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3804653634

“Non ci riuscirò mai”, “Non sono capace”, “Sbaglio sempre”, “Faccio pena” voci interiori con cui ci si giudica negativamente.

Molte persone osservano continuamente se stesse, giudicandosi duramente per i propri comportamenti, come se ci fosse una vocina interna che tutto il giorno le accompagna tanto da diventare un rumore di sottofondo tutt’altro che piacevole. Un chiacchiericcio interno continuo a cui si abituano e che senza esserne consapevoli condiziona il loro agire quotidiano, rischiando di minare profondamente la loro autostima, il loro valore, il loro senso di autoefficacia e lasciando un profondo senso di insoddisfazione ed inadeguatezza personale.

Ciascuno di noi  si critica interiormente, ma quando si fa i conti con una scarsa autostima l’atteggiamento autocritico diventa giudicante ed insistente. In questo caso parliamo una critica patologica e svalutativa per la quale la persona tende a:

  • accusarsi per quello che non va secondo i piani stabiliti;
  • confrontarsi agli altri, alle loro capacità, ai loro conseguimenti, sminuendo sempre le proprie capacità;
  • attaccarsi per il minimo errore;
  • portare la propria attenzione ai fallimenti, mantenendoli ben impressi nella memoria, dimenticandosi delle proprie qualità e dei propri successi;
  • stabilire livelli di perfezione irraggiungibili.

Nonostante i suoi attacchi siano distorti e falsi la persona finisce col crederci, sentendosi inadeguata e “sbagliata”.

È come se ci fosse un “guardiano” interno che va alla continua ricerca dei propri errori, dei propri difetti, delle proprie dimenticanze, dei propri momenti di inadeguatezza, rendendo vani i propri sforzi di fare bene, un confronto da cui la persona ne esce sempre sconfitta.

L’autocritica non è sempre e necessariamente negativa. Ognuno di noi possiede un senso critico una voce interiore che commenta le proprie azioni. Si tratta in questo caso di un’autocritica sana, positiva e costruttiva, il cui fine è migliorare le proprie caratteristiche. Un’autovalutazione obiettiva, in cui ci si permette di osservare le proprie azioni, i propri pensieri, sentimenti, sia positivi che negativi per assumersi la responsabilità di cambiarli o almeno di attenuarli. Una critica necessaria ed utile perché ci permette di crescere. Tutt’altro, invece, avviene in presenza di un dialogo interno negativo e svalutante. Nutrire la propria autostima con un dialogo interno simile è molto difficile, perché risulta distruttivo. Si tratta di un dialogo interno che porta a far crescere un risentimento verso le proprie capacità o il proprio modo di essere e che impedisce di migliorarsi, tenendo ancorati al passato.

Come si forma l’autocritica svalutativa? Come si forma il dialogo interno negativo?

Le critiche interne svalutanti si formano a partire dall’infanzia sulla base delle relazioni con i propri genitori e con gli altri adulti significativi di riferimento. A volte, quando un genitore vuole dal bambino un determinato comportamento e il bambino non si adegua alle sue richieste, viene fatto sentire “sbagliato”, disapprovandolo. La disapprovazione, che può essere espressa anche a livello non verbale, magari con un sguardo sprezzante, trasmette al bambino il messaggio implicito “Tu non vai bene…”. Il bambino a cui viene detto “cattivo” piuttosto che essere ripreso soltanto sul suo comportamento riceve un messaggio che sia lui che il suo comportamento sono sbagliati e da adulto la sua autocritica sarà eccessivamente severa e riguarderà sia il suo comportamento che il suo valore.

In un contesto familiare dove dominano atteggiamenti non accettanti sono molto presenti messaggi di disconferma del valore dell’altro. Ciò ha un forte impatto emotivo su chi li riceve, soprattutto se tali messaggi sono ripetuti nel tempo. La contraddittorietà dei messaggi che il bambino riceve può creare anche confusione e disorientamento. Per un bambino è inconcepibile che i propri genitori non siano disposti ad amarlo per quello che è e pur di proteggersi dalla sensazione di non sentirsi amato è disposto a fare qualunque cosa, giungendo alla conclusione di essere lui sbagliato, inadeguato e colpevole.

La disapprovazione, gli ammonimenti che il bambino riceve dalle figure significative, vengono pian piano interiorizzati al punto di modellare il suo comportamento, le sue emozioni, i suoi pensieri.

La voce interiore diventa una forma costante di automortificazione che si esprime con considerazioni sempre negative e punitive su di sé.

Che fare per spezzare il circolo vizioso dell’ autocritica svalutativa?

L’autocritica svalutativa è uno di quei meccanismi psicologici responsabili delle reazioni ansiose e depressive. È fondamentale quindi mettere in atto azioni che spezzino il circolo vizioso.

L’autocritica agisce in maniera automatica e per metterla in discussione è necessario diventarne consapevoli. È importante individuare sia la critica patologica, sia la “voce sana”, ossia la capacità di pensare e valutare realisticamente, in quanto ci permette di contestare la critica.

Individuare le critiche svalutative che si rivolgono a se stessi permette di farle emergere da quel rumore di sottofondo del ritmo quotidiano, permette di guardarle con maggiore obiettivà, di lasciar loro meno spazio, di metterle in discussione, di non essere più dominati dalle sue ingiunzioni negative che influenzano negativamente ogni altro pensiero. Questo permetterà di acquistare il proprio potere personale e determinerà un miglioramento del senso di autostima e del valore personale. Il senso critico così diventerà un alleato e non un blocco emotivo che impedisce di realizzare progetti e propositi.

“Dobbiamo imparare ad essere il nostro miglior amico, perché troppo facilmente cadiamo nella trappola di essere il nostro peggior nemico” (Roderick Thorp)

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