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Famiglia

La sindrome di alienazione genitoriale

La sindrome di alienazione genitoriale
valentina-giagulli-psicologo-roma Valentina Giagulli Putignano (BA)
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Alimentazione, Ansia e Depressione, Sessualità
Cell.: 3207745304

La sindrome di alienazione genitoriale

Nella letteratura è ormai condiviso che la separazione ed il divorzio sono “processi” che comportano un’evoluzione delle relazioni familiari sul piano coniugale, su quello genitoriale e su quello riguardante l’ambiente esterno, la famiglia di origine e gli amici.

Molto spesso, però, questo non accade; quando i genitori non riescono a superare la crisi personale innescata dalla separazione e quindi trovare dentro di sé motivi di autostima, hanno bisogno di definire il coniuge negativamente nonchè “inidoneo” al ruolo genitoriale. Da qui la sempre più frequente denigrazione dell’altro genitore agli occhi del figlio e la richiesta, formulata in modo più o meno esplicito, che anche il figlio contribuisca a tale definizione, innescando nel bambino una suddivisione dei propri genitori in un “genitore buono” e in un “genitore cattivo”. In taluni  casi si apre il sipario della sindrome di alienazione genitoriale.

Inizialmente descritta e sistematizzata in letteratura da Richard A. Gardner nei primi anni Ottanta, la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome) è un disturbo psicologico che può insorgere nei figli, tipicamente a seguito del loro coinvolgimento in separazioni conflittuali non appropriatamente mediate.

L’autore definisce la PAS: “un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato), tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello” o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione.

Dopo la separazione sono molto spesso i figli più fragili che iniziano ad “alienare” il genitore con il quale non si sono alleati, nonostante, abbiano avuto una normale relazione con il genitore alienato prima della separazione.

La PAS inizia e viene mantenuta dal genitore “alienante”, mediante strategie dirette o indirette: il programmatore scrive il copione ed il bambino lo recita.

Le tecniche di programmazione del genitore alienante tipicamente comprendono:

  • l’uso di espressioni denigratorie riferite all’altro genitore;
  • false accuse di trascuratezza, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale);
  • chiedere al figlio cosa ne pensa dell’altro, costringendolo a prendere posizioni premiandolo o punendolo a seconda delle risposte;
  • comunicare ai figli frasi del tipo “perché voi siete l’unica  mia ragione di vita”, “avrò sempre e solo voi; io non ho nessun altro a parte voi; non ci sarà nessun altro nel mio cuore, nella mia vita tranne voi…”.

La costruzione di una “realtà virtuale familiare” di terrore e vessazione  genera, nei figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore alienato. I figli, quindi, si alleano con il genitore “sofferente”; ed iniziano ad appoggiare la visione del genitore alienante, esprimendo, in modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione contro il genitore alienato; arrivando a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato.

Perché si possa parlare di PAS, però, è necessario che l’astio, il disprezzo, il rifiuto non siano giustificati (o giustificabili) da reali mancanze, trascuratezze o addirittura violenze del genitore alienato.

A scatenare tali strategie da parte del genitore “manipolatore, possono concorrere diversi fattori:

  • la manifestazione  di difficoltà a rielaborare l’esperienza della separazione;
  • la mancanza della capacità di vedere man mano l’immagine del partner in maniera più realistica e di intravedere le proprie responsabilità per il fallimento del rapporto;
  • il bisogno di vendicarsi dell’altro o il vivere un sentimento di rifiuto;
  • vulnerabilità e bassa autostima, dipendenza dal figlio o da un altro componente la sfera familiare.

L’identificazione di un caso di PAS è facilitata dalla presenza di alcune caratteristiche peculiari:

  • il figlio cambia atteggiamento dopo la separazione e senza una ragione plausibile;
  • le critiche all’altro genitore appaiono inconsistenti, esagerate, contraddittorie o contraddette dai fatti, stereotipate, prive di dettagli e copie del pensiero di uno dei genitori, vista la loro estraneità all’ambito di esperienza di un bambino;
  • la formulazione delle critiche e delle accuse contiene informazioni che solo l’altro genitore può aver fornito;
  • il bambino vive ansia e paura nell’incontrare l’altro genitore in assenza di ragioni concrete;
  • il bambino si preoccupa di tutelare, senza una ragione specifica, un genitore rispetto all’altro;
  • il bambino mostrerà di favorire il legame con un eventuale nuovo compagno del genitore rispetto all’altro genitore biologico;
  • sono presenti la discriminazione e il razzismo familiare (“noi siamo brava gente, mentre tuo padre…”);
  • esiste una visione prettamente dicotomica secondo la quale un genitore è solo vittima e l’altro solo colpevole o responsabile, senza possibilità di sfumature.

La diagnosi di PAS si basa sull’osservazione di otto sintomi primari nel bambino.

    1. La campagna di denigrazione. In una situazione normale, ciascun genitore non permette al bambino di esibire mancanza di rispetto e diffamare l’altro. Nella PAS, invece, il genitore programmante non mette indiscussione la mancanza di rispetto, ma può addirittura favorirla.
    2. Razionalizzazioni deboli, superficiali e assurde. L’astio espresso dal bambino nei confronti del genitore non affidatario è razionalizzato con motivazioni illogiche, insensate o anche solamente superficiali; ad esempio: “non voglio vedere mio padre/madre perché mi manda a letto presto”, “Una volta ha detto ‘cazzo’ ”.
    3. La mancanza di ambivalenza. Il genitore rifiutato è descritto dal bambino come “tutto negativo”, ed il genitore amato come “tutto positivo”.
    4. Il fenomeno del pensatore indipendente. La determinazione del bambino ad affermare di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione, senza influenza del genitore programmante.
    5. L’appoggio automatico al genitore alienante. La presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore affidatario, in qualsiasi conflitto venga a determinarsi.

6.      Assenza di senso di colpa. Relativamente all’assenza di senso di colpa, il bambino PAS non mostra né pietà né empatia per i sentimenti del genitore bersaglio.

    1. Gli scenari presi a prestito. Sono affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente venire da lui direttamente; ad esempio: uso di parole o situazioni che non sono normalmente conosciute da un bambino di quell’età, nel descrivere le colpe del genitore escluso.
    2. L’estensione dell’ostilità alla famiglia allargata ed agli amici del genitore alienato. Coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o compagno) del genitore rifiutato.

Richard Gardner afferma che l’instillazione incontrollata di PAS è una vera e propria forma di violenza emotiva, capace di produrre significative psicopatologie sia nel presente che nella vita futura dei bambini coinvolti. Tra le conseguenze sui minori vanno annoverate: forti sentimenti di ostilità (possono essere irrispettosi, non collaborativi, ostili, maleducati, ricattatori e ricattabili); non è raro che in questi casi aumenti anche l’ostilità manifesta tra fratelli.; problemi del rendimento scolastico; esame di realtà alterato; narcisismo; indebolimento della capacità di provare simpatia ed empatia; mancanza di rispetto per l’autorità, estesa anche a figure non genitoriali; paranoia; psicopatologie legate all’identità di genere; uso della manipolazione come strumento relazionale; maggiore vulnerabilità alle perdite ed ai cambiamenti; regressione a livello morale, continuando ad operare, anche oltre l’adolescenza, una netta dicotomia tra bene e male.

L’arma migliore, come per qualunque patologia risiede nella prevenzione.

L’identificazione della sindrome di alienazione genitoriale è legata ad una serie di presupposti, anche se occorre premettere che sono le risposte stesse alla separazione a creare le condizioni circostanziali perché la sindrome possa svilupparsi e che, tra l’altro, le modalità educative assunte dai coniugi prima della separazione non sono predittive della relazione educativa successiva. Si sa che a volte la relazione tra genitore non affidatario e figlio si rafforza dopo la separazione, più sovente sembra indebolirsi e diventare più superficiale, oppure sembra restare identica, quindi è difficile fare previsioni.

Diversi autori evidenziano come è l’attuale sistema sociale di gestione del conflitto coniugale a creare il problema che vuole risolvere, e che l’unica via d’uscita è entrare in una cultura della condivisione della genitorialità.

Gli aspetti di genitorialità nelle separazioni potrebbero essere chiaramente definiti, se si potesse comprendere appieno il concetto che, nella famiglia, esistono due “entità di coppia”, distinte per diritti, doveri e responsabilità reciproche: la “coppia coniugale” e la “coppia genitoriale”. Il “conflitto coniugale”, quindi, non necessariamente può (o deve) scatenare anche un “conflitto genitoriale”, ed eventuali contrasti fra le due entità potrebbero essere affrontati con l’ausilio della mediazione familiare. Sono purtroppo le attuali regole che governano l’evento separazione a creare il problema. Per governare il mondo degli affetti ci si appoggia ad un “sistema globale degli antagonismi”; a meccanismi di conflitto giudiziario; ad una “verità processuale” con tanto di parte vincente contrapposta a parte soccombente. L’istituto dell’affido monogenitoriale, così largamente utilizzato nel passato con il 90% di affidamenti esclusivi alla madre, è un elemento che rafforza la prospettiva in termini di vincitore e vinto.

Nel contesto giudiziario e, più in generale, i figli assumono spesso il ruolo dei civili inermi in una guerra di dominio: veri sconfitti di una visione ideologica che individua un nucleo coniuge/genitore/figli nel ruolo della vittima ed il coniuge/genitore soccombente nel ruolo del carnefice violento e crudele. Un distacco dalla realtà degli affetti genitoriali,  può scatenare la Sindrome di Alienazione Genitoriale quando un genitore arriva a percepire i figli come non-persone: come mezzi, cioè, per acquisire maggior potere nel conflitto, oppure come strumento per dare sfogo e soddisfazione a sentimenti di rabbia e disagio propri della sola “coppia coniugale”. È il passaggio all’atto, l’uso diretto dei figli come arma nel conflitto della “coppia coniugale”, uno dei fattori che può portare all’insorgenza della PAS.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Wallerstein J.S., Kelly J.B., Surviving the breakup: how children and parents cope with divorce, Basic Book Inc., New York, 1980.

Commenti

Una risposta a “La sindrome di alienazione genitoriale”
  1. sandra scrive:

    In Italia come per tantissime altre cose siamo indietro….come difenderci ????

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