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La “non-dieta” per dimagrire

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Psicologo
Aree di Competenza: Alimentazione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3934872258

Il problema del sovrappeso riguarda una buona parte della popolazione ma a volte è considerato una conseguenza di conflitti psicologici preesistenti quali ad esempio la bassa autostima o l’immagine negativa del proprio corpo.

In realtà tali conflitti non sono la causa dell’obesità ma la conseguenza della discriminazione sociale. Tra i comportamenti che portano al sovrappeso, o nei casi più gravi all’obesità, vanno ricordati i Disturbi del Comportamento Alimentare, come il Binge Eating Disorder (BED) che si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffata (almeno due a settimana per sei mesi), seguiti da un marcato disagio e dall’insorgenza di sensi di colpa.

I soggetti con BED si distinguono da quelli con Bulimia Nervosa perché non usano meccanismi di compenso quali il vomito, i lassativi ed i diuretici o l’estremo sforzo fisico. Sembra che il BED colpisca il 5-8% degli obesi e che sia più frequente nelle femmine rispetto ai maschi con rapporto 3:2.

La via che sembra più facile per la risoluzione del problema di sovrappeso è quella di ricorrere a restrizioni della dieta con conseguente immediato effetto dimagrante, ma anche senso di frustrazione per non poter essere liberi di pasteggiare con gusto. Dopo essere passati attraverso diverse diete e dietologi, ci si rende conto che il problema non è ascrivile solo al peso ma che è presente una forte componente di natura psicologica. All’inizio le diete sembrano essere efficaci, ma a lungo andare si presentano situazioni di blocco e di stallo e si comincia a riprendere peso: l’effetto yo-yo incombe!

Il paradosso che emerge dall’analisi dei risultati del mondo del dieting è che tutte le diete sono efficaci, ma nessuna funziona effettivamente. Se poi consideriamo che gran parte delle malattie cardiovascolari derivano da uno stile di vita non corretto e spesso associato alle cattive abitudini alimentari, si arriva subito alla conclusione che l’unica soluzione è quella di rinunciare ai piaceri della buona tavola.

Non tutti sanno però che non necessariamente “alimentazione sana” significa rinunciare ai cibi gustosi, piuttosto occorre verificare e valutare le abitudini alimentari.

Ma il comportamento alimentare è appunto un “comportamento”, e allora quale migliore figura professionale se non quella dello psicologo esperto in comportamento alimentare per aiutare e sostenere chi ha problemi di peso corporeo? Lo psicologo e il paziente concordano insieme quali obiettivi raggiungere e soprattutto come raggiungerli. Un’attività che valuti il paziente al fine di individuare un trattamento specifico personalizzato comprende una serie di incontri: un primo colloquio per approfondire la motivazione ad intraprendere un percorso psicologico e successivi incontri per la restituzione della psicodiagnosi e l’individuazione del programma di intervento più idoneo alla situazione del singolo individuo. La psicodiagnostica ha come obiettivo proprio quello di differenziare l’intervento adeguandolo alla persona. Lo scopo è la conoscenza del livello di gravità della patologia e il grado di motivazione dell’individuo che ha deciso di mettersi in discussione nel tentativo di affrontare la possibilità di modificare la propria situazione.

Uno strumento semplice e utile per rendere il paziente consapevole della propria condotta in relazione al comportamento alimentare è il “diario alimentare.

Compilando metodicamente il diario, il paziente non solo si rende conto di cosa, quanto e come mangia, ma volontariamente attua delle modifiche alle abitudini non corrette che sono tra le cause dei suoi problemi di peso corporeo.

Il paziente con disturbi di alimentazione ha generalmente con sé un bagaglio di esperienze distruttive e fallimenti che lo accompagnano da sempre e molte volte questo suo vissuto di rassegnazione è la causa principale di disagio e sofferenza.

Con il bisogno incoercibile di mangiare vengono messe a tacere le emozioni, questo rassicura più che lasciarsi andare e essere trascinati via dalle emozioni stesse. Se si lascia avvicinare qualcuno si corre il rischio di essere visti per come si è realmente e che si possano percepire cose che non si conoscono di sé o peggio che non si vogliono conoscere. La paura è sempre quella di “essere scoperti”. Ecco dunque che si evidenzia il paradosso: il paziente che soffre di obesità si sente vuoto anche se è pieno e viene imprigionato nel suo corpo, che diventa come un’armatura, una difesa paradossale dall’incontro inquietante col desiderio dell’Altro. Il corpo troppo pieno si difende dall’angoscia del vuoto, ma finisce per generare un’angoscia ancora più terribile: l’angoscia di un pieno che soffoca e cancella il soggetto, che si richiude in maniera autistica attorno alla sostanza di godimento, che nel caso dell’obesità, è il cibo.

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