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Famiglia

La famiglia “lunga” del giovane adulto

Giovani adulti a casa dei genitori

Giovani adulti a casa dei genitori

Molte sono le definizioni possibili di ciò che è o rappresenta la famiglia nella nostra società, e molti sono gli aspetti di essa su cui sarebbe opportuno riflettere ed interrogarsi. La riflessione che propongo in questo contesto riguarda un periodo ben definito nell’arco di vita di una famiglia qualsiasi, che negli ultimi anni ha catalizzato l’attenzione dei media e della carta stampata. Mi riferisco a quella larga fetta della popolazione che si trova a vivere la fase della famiglia con figlio/i in età adolescenziale o di giovane adulto.

Se consideriamo la famiglia attraverso i parametri della successione delle fasi del ciclo di vita come per un organismo vivente che nasce, cresce e infine muore (in corrispondenza di tappe quali matrimonio, nascita dei figli e loro crescita, fino all’età anziana dei genitori), possiamo subito osservare che si tratta di una sequenza tutto sommato immutabile ed eternamente ripetibile, la quale però ha subito negli ultimi decenni una notevole modificazione per quanto riguarda la durata delle rispettive fasi. La fase che attualmente risulta essersi dilatata ampiamente nella sua durata è quella, appunto, della famiglia con figli giovani adulti: da qui la sua accezione come famiglia “lunga”.
Mi spiego meglio con un esempio. Questa fase, tradizionalmente, poteva avere una durata di 5-10 anni circa in corrispondenza di una fascia d’età che identificava il figlio adolescente e giovane adulto tra i suoi 15 e i suoi 20-25 anni al massimo, periodo nel quale il giovane e la giovane cominciavano a trovare una collocazione all’esterno della famiglia quindi nel mondo sia lavorativo (acquisendo una professionalità specifica) che sociale (sposandosi ad esempio) e a poco a poco si staccavano dalla famiglia di origine per uscire nel mondo e crearne una propria. Tale intervallo di età è piuttosto impensabile al giorno d’oggi e ormai anacronistico: si è infatti dilatato arrivando a coprire un arco temporale di circa 20 anni, e si è spostato tra i 20 e i 35 o anche 40 anni del figlio, molto spesso figlio unico, che qualcuno ama definire ed etichettare come uno dei “bamboccioni”, fenomeno tipicamente italiano e molto demonizzato ed ironizzato dai media.

Questa trasposizione e spostamento in avanti dell’età del cosiddetto adolescente-giovane adulto trova sicuramente le sue valide motivazioni nei cambiamenti sociali e del tenore di vita della famiglia media italiana che permette ai figli di studiare più a lungo e di entrare quindi più tardi nel mondo del lavoro, complice anche l’aumentato costo della vita e dei comfort cui nessuno rinuncia e che finiscono per precedere, nella scala delle priorità, altre necessità quali la propria individuazione nella società, l’autonomia economica ecc.

Quale sarà allora la ripercussione sul nucleo familiare?
Si vedrà per esempio che si trovano a convivere sotto lo stesso tetto due distinte generazioni di adulti, quella dei genitori e quella dei figli, per un tempo molto più lungo di quanto accadeva alcuni decenni fa: questo comporta necessariamente uno sforzo maggiore da parte di entrambe le generazioni in vista della esigenza di relazionarsi tra loro in modo diverso, attraverso la negoziazione di quali sono gli spazi di ognuno (sia quelli fisici all’interno della casa sia quelli emotivi di autonomia/dipendenza), e di quali siano le distanze e le differenze tra le generazioni.

Se i nostri genitori sono abituati a fare i genitori di figli piccoli, come da sempre è stato, ora si trovano nell’imbarazzo di doversi inventare come continuare a svolgere la stessa funzione genitoriale nei confronti di figli che piccoli non lo sono più, e che quindi hanno esigenze diverse, e che soprattutto non accettano più certe interferenze o controlli da parte della generazione che li precede. Il tradizionale rapporto adulto-bambino si deve riconvertire in un nuovo rapporto adulto-adulto complicato dal fatto che comunque persistono le differenze di generazione e il ruolo genitoriale di autorità e referenzialità: ad esempio, anche se sono adulto mio padre è sempre mio padre. Capita allora che il figlio si dibatte tra il suo essere adulto e competente, magari anche professionalmente riuscito e con un ruolo di rilievo, e il suo continuare ad essere figlio all’infinito: ne nasce un conflitto interno che mina la sua autostima e la sua generatività, cioè la capacità di percepirsi come in grado di generare (a sua volta) la vita. Per il genitore questo si traduce in un prolungamento all’infinito della sua funzione genitoriale, di chi controlla e stabilisce le regole, di chi si prende cura della generazione giovane e di chi deve rimanere forza attiva nel mantenimento economico ma anche emotivo dell’intero nucleo familiare: finisce che non può permettersi di “cedere il testimone” alla nuova generazione e quindi riappropriarsi del proprio essere adulto e stavolta prendersi cura di sé (penso ad esempio al recupero dei propri hobbies o al semplice riposo che caratterizzano il pensionamento), preparando la via al rovesciamento delle funzioni in vista dell’età anziana nella quale diventa a sua volta bisognoso di cure.

Queste modalità e i conseguenti stati d’animo si ripercuotono in modo rilevante sul clima familiare, sull’organizzazione della vita quotidiana, sulla relazione tra genitori e figli ed anche sul rapporto tra i coniugi, oltre che sul benessere e sulla qualità della vita emotiva di ogni singolo soggetto. Mantenere l’equilibrio in questa fase così dilatata, rispetto alle abitudini della nostra società, è spesso difficile e la sensazione di immobilità e di “stagnazione” diventano pericolose: crescono la tensione, la rabbia, l’insoddisfazione, la delusione delle aspettative, fino ad arrivare alla patologia.
Nella fase del giovane adulto, la famiglia viene tradizionalmente vista come se fungesse da “trampolino di lancio” nei confronti del figlio ormai prossimo al divenire adulto, nel senso che la famiglia che ha generato e cresciuto il piccolo, ora ha il compito di aprire le porte di casa e lasciare uscire questo nuovo adulto nel mondo affinchè prosegua la sua vita in autonomia. Tuttavia al giorno d’oggi questo operazione di “lancio” e conseguente inserimento nel mondo avviene al rallentatore poiché la tensione (nel senso di possibilità materiale e motivazione psicologica) all’uscita è sempre più debole e contraddittoria, trasformandosi in una transazione molto prolungata. Inizialmente concepito come fase di passaggio (simile nella sua utilità ai cosiddetti “riti di iniziazione” delle popolazioni antiche e primitive), si è trasformato in un vero e proprio stadio di transizione talmente lungo e dilatato da poter essere a sua volta frammentato in una serie di passaggi intermedi e tale da avere una sua stabilità interna.

L’allungamento di questo passaggio è favorito ad esempio nei contesti familiari caratterizzati da una scarsa conflittualità interna e in particolare nella relazione tra genitori e figli (le “battaglie” per l’indipendenza dell’adolescente sono già state combattute e gli equilibri sono stabili), per cui i margini di libertà individuali si presentano abbastanza ampi e non a rischio. Questo stesso contesto però favorisce, nel giovane, un sentimento di personale incertezza legato alla propria effettiva capacità di autonomia e la mancanza di un solido senso di identità e di autostima. A questo stato di cose, così frequente nella società odierna, contribuiscono entrambe le parti, e cioè sia i figli che i genitori: da un lato per i giovani rappresenta una comodità, una ulteriore possibilità per provare ad essere adulto e responsabile pur protetto dalle rassicuranti mura domestiche e dalla costante presenza di genitori pronti a soccorrerlo, a finanziare i suoi esperimenti lavorativi, e a riaccoglierlo in casa a fronte di un matrimonio fallito o di un rovescio economico. Infatti, capita che i giovani godano di maggiori possibilità di sperimentarsi e fare le “prove tecniche”, con svariati tentativi nell’ambiente esterno, di inserimento lavorativo o di rapporto di coppia e matrimonio, senza comunque dover poi rendere conto più di tanto dei propri comportamenti e delle conseguenze delle proprie scelte. Dall’altra parte capita che i genitori di questi giovani siano combattuti tra l’esigenza di essere sollevati dalle responsabilità educative nei confronti dei figli ormai adulti, e la necessità di mantenere questo ruolo che li fa sentire ancora “giovani” e utili nascondendosi dietro la difficoltà a delegare e a “mollare la presa” sul risultato del lavoro di una vita.

In questo modo il tempo si ferma nel senso che scorre molto più lentamente di quanto dovrebbe essere e ne risente la capacità di adattamento della famiglia in questione poiché si irrigidisce in una posizione e in un organizzazione che porta ad un vero rallentamento evolutivo (famiglia “lunga” appunto). La collusione dei genitori in questo “gioco” consiste nell’essere anch’essi sedotti dal miraggio del tempo che non passa e del prolungarsi dello stato di benessere e di stasi senza dover affrontare la tanto temuta perdita dei figli che escono definitivamente di casa per fare la propria vita. Probabilmente molti genitori sono attratti anche dalla prospettiva di poter vivere una relazione paritetica coi figli, fatta di dialogo e di partecipazione attiva, che loro stessi avevano molto desiderato in gioventù coi propri genitori, ma che le condizioni sociali, economiche e di costume rendevano una utopia. Una relazione che si realizza nella buona fede dei genitori come il prodotto di una vita intera di impegno, lavoro e dedizione al fine di garantire ai figli l’agiatezza e la possibilità di fare e di scegliere il proprio futuro, evitando loro le difficoltà e i disagi che essi stessi hanno incontrato nella propria giovinezza: “essi (i genitori di oggi) sono i loro figli giovani-adulti, e contemporaneamente sono i genitori che avrebbero voluto avere e che non hanno potuto avere”. E i figli, inconsciamente e con altrettanta buona fede, percepiscono questa tensione nei genitori e questo loro desiderio di fornire continua protezione ed eccessive attenzioni nel prevenire i possibili rischi e rimediare ai loro possibili errori, e tendono ad adagiarsi in tale senso. La percezione del reciproco vantaggio è quindi evidente, ma dannoso perché agisce in senso contrario rispetto alla necessità fisiologica del distacco tra genitori e figli adulti: rende infatti meno pungente e decisiva la naturale spinta del giovane a cercare fuori dalla famiglia sia una sana e soddisfacente dimensione affettiva, sia una stabilità e una affermazione di autosufficienza. Genitori e figli assumono posizioni reciprocamente protettive nei confronti del distacco, che si pone nella loro mente come un evento particolarmente doloroso e da posticipare il più possibile, in risposta anche alle aumentate difficoltà oggettive del giovane (precarietà lavorativa, scolarità prolungata, inflazione dei consumi) e ai cambiamenti culturali (maggiore libertà, “tutto è permesso”, impegno nel dialogo tra le generazioni).

Bibliografia
Cigoli Vittorio: “Studi interdisciplinari sulla famiglia”, Vita e Pensiero, 1988
Pietropolli Charmet Gustavo: “I nuovi adolescenti”, Raffaello Cortina Editore, 2000
Scabini Eugenia: “psicologia sociale della famiglia”, Bollati Boringhieri, 1995

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