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Peso corporeo

Sovrappeso e obesità nei bambini: perchè si ingrassa?

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drMariaGraziaDeLisio Mariagrazia De Lisio Campobasso (CB)
Psicologo
Aree di Competenza: Alimentazione, Ben-essere, Genitori e Figli

Sovrappeso e obesità rappresentano un problema in costante crescita: le persone con problemi di peso sono raddoppiate negli ultimi trent’anni.

I bambini sono anch’essi coinvolti in questa “epidemia”: secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) i bambini acquisiscono gli stili di vita dei genitori –dieta poco salutare e vita sedentaria- ed il passaggio dai genitori ai figli sta giocando un ruolo fondamentale nell’attuale diffusione dell’obesità.

Un bambino, proprio come un adulto, è considerato obeso quando presenta un eccesso di massa grassa che può essere considerato fattore di rischio per la sua salute.

Perché si ingrassa? Perché -a prescindere dalle cause genetiche o comportamentali- l’aumento della massa adiposa è il risultato di un bilancio energetico cronicamente in attivo: ovvero gli apporti calorici, quindi energetici, introdotti con i cibi sono superiori alle “uscite”.

Quali sono i rischi e le conseguenze psicologiche nel bambino obeso/sovrappeso?

Dal punto di vista psicologico numerose ricerche mostrano l’effetto negativo che l‘obesità ha sui bambini che ne sono affetti:

  • tendenza alla passività
  • alla noia, alla solitudine
  • basso livello di autostima
  • risultati scolastici mediocri
  • sentimenti di rifiuto da parte dei coetanei
  • difficoltà di inserimento sociale e tra tutti il rischio maggiore è quello dell’emarginazione.

Il sentirsi diverso, essere preso in giro dai coetanei, ma anche essere rimproverato in famiglia per il sovrappeso, sono tutte situazioni che si traducono in una personalità poco espansiva, con tendenza alla noia e alla passività. L’autostima dei giovanissimi diminuisce con conseguente calo della percezione delle risorse personali, della capacità di far fronte agli eventi, delle capacità comunicative fino all’evitamento delle relazioni sociali.

Il bambino obeso o in sovrappeso incontra difficoltà ad affrontare i problemi quotidiani, scolastici e non: si sente schiacciato dalle critiche e frustrato dalle sue capacità incapacità di superarli. Anche le difficoltà scolastiche sono significative; infatti oltre 45 bambini obesi su 100 fanno fatica a concentrarsi e a rimanere attenti. L’alimentazione di questi bambini è spesso squilibrata; eccesso di cibi grassi, zuccheri raffinati e di cibi spazzatura, associato alla carenza di sostanze vitali come vitamine, sali minerali e antiossidanti naturali, riduce la capacità di apprendimento scolastico.

Quando il rendimento scolastico si abbassa e i voti sono mediocri si alza la percentuale di abbandono scolastici. Se a questo quadro si sommano, come già detto, le osservazioni negative della famiglia, l’essere oggetto di scherzi e derisione da parte dei coetanei, la scarsa fiducia nelle proprie capacità, si può ben comprendere da dove possono nascere numerosi problemi scolastici comune a molti bambini obesi o sovrappeso.

Il bambino obeso o in sovrappeso vive, inoltre, un’importante difficoltà nel riconoscere i bisogni del proprio corpo e spesso diviene anche alessitimico: incapace di riconoscere e descrivere le proprie emozioni e quelle degli altri. In questo senso è riscontrabile un deficit della competenza emotiva e della capacità riflessiva sugli stati d’animo e sui vissuti propri e altrui da parte del soggetto.

Cambiare le abitudini e modificare la qualità della vita si può considerare come un passaggio essenziale!

La ricerca scientifica ha sottolineato il rischio per i bambini obesi di divenirlo da adulti è da 2 a 6,5 volte maggiore rispetto ai bambini non obesi. La percentuale di rischio sale al 70% per gli adolescenti obesi. Da questi numeri appare evidente che l’obesità, una volta instaurata, tende a cronicizzarsi, da qui l’esigenza di intervenire per cambiare le abitudini dei bambini. Quando un’abitudine appresa si stabilizza, che si tratti di un comportamento alimentare o di un comportamento sociale, ci vuole tempo e pazienza affinché possa cambiare ma soprattutto sarà necessario capire “come fare”.

Lo psicologo può essere un valido aiuto in tutte quelle situazioni in cui è necessario cambiare le abitudini e gli stili di vita di un individuo; nel caso dell’alimentazione dei bambini, infatti, di solito sono i genitori che decidono le quantità di cibo per i loro figli, senza fermarsi e chiedere loro se hanno ancora fame o sono sazi; compito dello psicologo sarà di sostenere ed incoraggiare i genitori nel fare esprimere ai bambini i propri livelli di fame/sazietà. Questo è fondamentale perché la letteratura degli studi ci dice che i tentativi dei genitori di aiutare i figli con scarso controllo sul cibo a ridurre le quantità attraverso la dieta e la privazione degli alimenti favoriti hanno l’effetto paradossale di rendere il cibo proibito ancora più piacente, aumentando il problema.

Bisogna tener presente che modificare le abitudini quotidiane è impegnativo per un adulto ma lo è ancora più difficile per un bambino, quindi, la gradualità è importante, bisogna dare ai bambini il tempo di cambiare le loro abitudini senza pressarli. Alcuni esempi:

  1. l’andare a scuola a piedi;
  2. se non vogliamo che i bambini mangino il cioccolato dopo cena invece di rimproverarli evitiamo di lasciarlo in luoghi facilmente raggiungibili o diamogli un pezzettino più piccolo della quantità che mangia di solito andando man mano a scalare e proponendogli un’alternativa meno calorica ma allo stesso tempo gustosa.

Inoltre, per conseguire risultati duraturi, tutta la famiglia deve essere coinvolta e sforzarsi nell’avere atteggiamenti più corretti dando un esempio di vita sana e attiva. L’imitazione è sempre uno dei rinforzi migliori.

Quando pensiamo ad incrementare l’attività fisica, non dobbiamo pensare obbligatoriamente alla pratica di uno sport, ma dobbiamo considerare che è fondamentale ridurre l’inattività. Secondo le recenti raccomandazioni mediche i bambini hanno bisogno di almeno 30 minuti quotidiani di movimento a moderata intensità (meglio ancora se si arriva ai 45 minuti o più).

Nel caso in cui si decida di far praticare uno sport è importante individuare la disciplina più adatta al bambino, calibrata sulle sue reali possibilità, valutando il tipo di sovrappeso, il carattere, le sue inclinazioni e ovviamente anche l’età (si può apprendere uno sport dai 5-6 anni, prima di questa età si consigliano attività più rivolte al gioco).

Prima di iscrivere il bambino ad un corso è importante parlarne con lui, lasciandolo libero di scegliere uno sport da praticare, ma può essere utile parlare con l’allenatore, infatti, spesso è consigliabile fare qualche mese di esercizio fisico propedeutico allo sport per rinforzare, gradualmente, prima la muscolatura e poi la capacità respiratoria e la resistenza allo sforzo. Una volta raggiunta la tonicità necessaria il bambino sarà pronto per affrontare insieme agli altri la disciplina che ha scelto evitando situazioni che possono metterlo a disagio.

È bene ricordare che ogni sintomo manifestato ha un valore relazionale profondo: è probabile che il bambino, attraverso l’abuso di cibo, voglia comunicare qualcosa di specifico e che lo usi come canale comunicativo. Compito del genitore sarà quello di ascoltare e accogliere la richiesta del figlio.

Ruolo dello psicologo sarà quello di capire se i bambini mangiano per fame emotiva. È prezioso insegnare sia ai bambini che ai genitori a riconoscere lo stimolo alla base della ricerca del cibo, aiutarli ad individuare un comportamento (disegnare, ascoltare la musica ecc.) o eventualmente un cibo alternativo (e meno calorico) per permettere al bambino di esprimere l’emozione provata.

Può capitare di utilizzare dei “comfort food” (cibi consolatori) occasionalmente; non c’è nulla di male nel farlo, è importante però che non avvenga spesso e che sia genitori che bambini ne siano consapevoli.

Capire le motivazioni alla base di un comportamento e sostenere il bambino e la famiglia nel cambiamento delle abitudini alimentari risultano essere azioni fondamentali in un’ottica preventiva e di intervento dove la figura dello psicologo risulta essere rilevante per promuovere comportamenti alimentari consapevoli e sani.

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