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Famiglia

Il congedo parentale. Scusi, le dispiace, posso fare il padre?

Il congedo parentale
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3470571342

Il congedo parentaleL’articolo, alla luce dei dati forniti dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, guarda da vicino quella tendenza al “poco beneficiare” del diritto al congedo parentale da parte dei padri italiani.

Per congedo parentale si intende la possibilità da parte di entrambi i genitori naturali di astenersi dal lavoro facoltativamente e contemporaneamente entro i primi 8 anni di vita del bambino.

La Legge 53 del 2000 disciplina il congedo parentale e riconosce il diritto all’astensione facoltativa e volontaria dal lavoro anche al padre lavoratore.

Nello specifico, secondo quanto disciplinato dalla L.53/00, i padri lavoratori potranno astenersi dal lavoro per un periodo facoltativo (continuativo o frazionato) non superiore a 6 mesi e qualora scegliessero di assentarsi dal lavoro per un periodo continuativo non inferiore a tre mesi, il suo limite di sei mesi sale a 7.

La Finanziaria 2007 ha previsto che anche i lavoratori a progetto e iscritti alla gestione separata dell’Inps, e in generale i lavoratori con contratti precari, hanno diritto ai congedi parentali.

Questo è quanto disciplinato dalla legge, ma perché parlarne?

Perché i dati resi noti dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia ci dicono che, nonostante le legge fornisca un diritto ai lavoratori padri, coloro che scelgono di beneficiare di tale diritto sono pochi.

La prima indagine è stata condotta nel periodo tra il 2001 e i primi sei mesi del 2003 e ci presenta una realtà secondo la quale, i permessi retribuiti per motivi familiari vengono fruiti principalmente dalle donne (solo il 18% dei permessi è richiesto da uomini):

–          su 4.760 lavoratori/lavoratrici che hanno usufruito di almeno un giorno di congedo parentale solo 832 sono papà (il 17,5%) a fronte di 3.928 mamme;

–          la distribuzione geografica rivela delle differenze: 3% dei padri per il Nord-ovest e Centro Italia, 3,6% per il Nord-est, 0,7% per il Sud.

Attraverso i dati di una ricerca, denominata “Soprattutto Padri“, realizzata e promossa dalla Consigliera di Parità e dall’Università di Padova, Dipartimento dello sviluppo e della Socializzazione, si è cercato di far luce su questo fenomeno dirigendo l’attenzione verso coloro che hanno scelto di usufruire di questo diritto.

E’ stato analizzato quanto, la scelta di “fare i padri”, abbia inciso nel rapporto con i figli, con la moglie/compagna e sul lavoro.

I protagonisti di tale ricerca sono stati 128 padri la cui moglie/compagna, nell’87,4% dei casi, lavora.

Di tutto il campione, solo il 35% ha usufruito dei congedi parentali per un periodo superiore ad un mese.

Coloro i quali si concedono il diritto di usufruire di questa opportunità hanno un atteggiamento positivo verso la parità di genere nel contesto lavorativo ed in generale una visione “moderna” dei ruoli di genere.

Per quanto, il compito di accudimento dei figli rimane prevalentemente affidato alla donna, si registra in atto un processo di cambiamento relativo alla partecipazione paterna alla vita educativa. Come confermato dai dati forniti dall’Istat risalenti al 1988-1989 e al 2002-2003 è evidente che i padri trascorrono più tempo coni loro figli. Si è modificato il modo di stare con i propri figli, ma è prevalentemente caratterizzato da momenti relazionali e di gioco (Rosina, Sabbadini 2005).

Nella nostra cultura, i compiti educativi e di cura sono ancora principalmente assegnati alle donne e questo ci porta a leggere questa tendenza secondo un livello psico-socio-culturale.

Circa il 20% dei lavoratori intervistati nella ricerca “Soprattutto Padri” afferma che, dopo aver beneficiato del congedo parentale, al loro rientro a lavoro, hanno fatto esperienza di atteggiamenti spiacevoli messi in atto da colleghi e dal datore di lavoro.

Questo porta a riflettere su quanto, determinati fattori ambientali possano avere un enorme peso anche sulla scelta di usufruire del congedo parentale: di un diritto.

Ma è così strano farsi influenzare dalle etichette di genere tradizionalmente presenti?

Il comportamento dell’individuo si sviluppa grazie ai rapporti con le altre persone del proprio contesto di vita. Tramite processi di apprendimento sociale l’individuo è spinto ad assumere quei modelli di comportamento che sono simili a quelli degli individui del suo gruppo di appartenenza e questo gli fornisce riconoscimento sociale e senso di appartenenza.

Apprendiamo così quali sono quei comportamenti qualificabili come socialmente ben accetti e che conseguentemente ci sentiremo liberi di mettere in atto.

Lo scopo principale del percorso di sviluppo della vita, come sottolineato da Erikson, uno dei capisaldi della psicologia, è la ricerca continua di identità; in tal cammino, ogni singolo individuo, cerca di trovare un ruolo nella società che sia riconosciuto dagli altri in termini di professione, definizione sessuale, scelte comportamentali etiche e ideologiche.

Sentendosi riconosciuti …

Sempre tenendo presente quanto emerso dalla ricerca “Soprattutto Padri”, coloro che hanno scelto di beneficiare del congedo parentale percepiscono un forte senso di fiducia da parte della loro partner.

Si sentono così riconosciuti nel loro ruolo genitoriale e questo aspetto è stato da loro riportato come fortemente motivante rispetto alla scelta di vivere più da vicino la loro paternità.

La creazione di una coppia rappresenta l’incontro tra due individui ognuno nella propria individualità ed ognuno portatore di ruoli, valori, credenze, usi e costumi che il contesto sociale stabilisce.

Con la nascita di un figlio, da coppia si diventa, coppia di genitori, ed ognuno è chiamato ad assumere il ruolo di “madre” e “padre”. Quanto più l’uno avverte la fiducia dell’altro nelle proprie capacità di diventare un buon genitore, tanto più entrambi i membri della coppia saranno in grado di affrontare il duro compito dell’educazione dei figli.

Concludendo

Il processo di costruzione dell’identità, passa attraverso l’identificazione con le figure di riferimento. Culturalmente la donna è portatrice di elementi affettivi in quanto fonte di vita, mentre alla figura paterna sono delegate funzioni etiche, morali e di giustizia.

In un contesto sociale come il nostro, nel quale il ruolo femminile nell’assolvere ai compiti educativi è forte tanto tra le mura domestiche quanto nella scuola (netta prevalenza femminile anche nel corpo docenti), l’uomo che sceglie di vivere la propria funzione genitoriale dedicandosi anche alle cure tradizionalmente delegate alla donna compie un passo evolutivo verso un’educazione completa e ricca di tutti i suoi riferimenti.

Bibliografia

Erikson E. H., (1981), Gioventù e crisi di identità, Armando, Roma.

Mocciaro, Lo Gullo, (2003), Lo sviluppo umano nell’arco della vita, Ed Kappa, Roma.

Scabini E., Cigoli V., Il Famigliare. Legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina Editore,

Veronese I., Santinello M., Soprattutto Padri,  Ed. Turato, Padova.

http://www.osservatorionazionalefamiglie.it

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