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I giovani oggi: uno stereotipo sociale

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Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 347/6790034

Il 19 Febbraio scorso a Bolzano è partita un’iniziativa molto importante che lancia un messaggio molto forte soprattutto perché parte proprio dai ragazzi di un liceo, molto spesso accusati di essere una generazione senza scopi, valori e sostanza. Al ritorno da un viaggio fatto ad Auschwitz, raccontano di essere rimasti molto colpiti da una lettera che è stata letta loro proprio durante la visita, scritta dal preside di un liceo americano e indirizzata ai suoi insegnanti all’inizio di ogni anno scolastico.

«Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

Come professionista che si occupa di sostegno e di educazione, ma ancor prima come individuo adulto che vive ed agisce in questo tempo storico, non posso restare indifferente a quest’importante richiamo e non generarne una preziosa riflessione. Sempre di più gli adulti oggi sentono una distanza con il mondo dei giovani e molto spesso mi capita di sentire loro attribuire tale effetto proprio alla generazione attuale come se fosse una specie rara, oppure al cambiamento storico che ha reso il mondo peggiore di quello di generazioni passate, a internet o ancora ad un’educazione poco rigida.

In realtà facendo questo tipo di sintesi non solo contribuiamo a far si che aumenti una normale distanza generazionale, ma si commette l’errore di  pensare che i giovani siano felici così, chiusi in una sorta di strafottenza in cui non cercano modelli, aiuti e partecipazione da parte dell’adulto. Rientrare da un viaggio così forte come quello in visita presso un campo di concentramento e portare dietro tutta un carico di emozioni e riflessioni che questi ragazzi hanno voluto continuare a sentire e soprattutto a diffondere tappezzando  la scuola con centinaia di fotocopie di questa lettera, credo comunichi almeno tre cose:

  • una richiesta di essere visti come individui che hanno bisogno e voglia di imparare dei e dai valori
  • la richiesta di una guida e di un aiuto adulto che riesca ad insegnarglielo e a mostrarglielo
  • la possibilità di far propri dei valori umani solo se si parte  da un rispetto e una fiducia reciproca

Educare individui nella loro interezza, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo, è un compito difficile ma fondamentale che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società intera. Secondo Piaget, uno dei più grandi psicologi dell’età infantile, l’apprendimento avviene sempre all’interno di una relazione significativa che deve avere delle importanti caratteristiche affinchè possa davvero essere tale:

  • osservare e cogliere segnali sociali ed emotivi
  • ascoltare con attenzione
  • mettersi dal punto di vista dell’altro, anche e soprattutto se questo è un bambino
  • capire quale comportamento sia adeguato ad una situazione.

Queste sono competenze interpersonali che il bambino già possiede dalla nascita in quanto essere sociale.

Perché diventa così difficile spesso esercitarle ed esprimerle nelle relazioni significative e in generale nel rapporto con l’altro?

La ricerca di umanità che esprimono questi ragazzi con questa iniziativa non contiene altro che bisogni inespressi a mio avviso, che darebbero una forma diversa alla loro crescita come individui se adeguatamente soddisfatti, favorendo la possibilità di  affrontare e ragionare sul mondo non solo intellettivamente ma anche e soprattutto emotivamente.

Il bisogno di:

  1. essere visti
  2. essere sostenuti
  3. essere guidati
  4. ricevere fiducia
  5. ricevere contatto

sono tutti bisogni emotivi primordiali che solo se ricevono una risposta adeguata gettano le basi per un’ umanità verso l’altro.

Iniziare a pensare allora, all’interno della scuola, a momenti in cui i bambini e i ragazzi possano condividere emozioni e stati d’animo diventano occasioni importanti per sentirsi accolti e imparare ad accogliere, creare fiducia e de-costruire  vecchi e nuovi stereotipi.

E’ senza dubbio una sfida difficile che i ragazzi chiedono all’istituzione scuola e ai loro insegnanti, ma è un” grido” che non riguarda una disciplina specifica, le interessa tutte, e non può essere trascurato.

 

 

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