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Identità di genere

Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Lesbiofobia, la Bifobia e la Transfobia

io sono giusto così
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere
Cell.: 340.0575571

#IOsonoGIUSTOcosì: #NOalleRIPARATIVE

Qualche giorno fa l’approvazione alla Camera della ‘Legge sulle Unioni Civili’, un traguardo importante per l’Italia che fino a mercoledì scorso risultava tra i fanalini di coda di un’Europa sempre più pronta a dire SÌ all’amore. Ma proprio qualche giorno prima la notizia sconvolgente di un ragazzo omosessuale di 18 anni, rifiutato dai genitori, suicida.

Due eventi, due reazioni emotive contrastanti; se possiamo dire che l’amore abbia vinto, non possiamo dire di aver vinto il pregiudizio. Proprio per questo, ogni 17 maggio dal 2004, ricorre la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Lesbifobia, la Bifobia e la Transfobia. Perché il 17 maggio? Perché proprio in quella data nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità decide di rimuovere l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, iniziando a considerarla come una naturale variante della sessualità umana.

Eppure, ancora oggi, molti ragazzi e ragazze, molti uomini e donne sentono urgente la necessità di dichiarare ai propri amici e familiari la propria omosessualità facendo coming out. Perché? Nessun uomo o donna eterosessuale ne sente la necessità, è qualcosa di scontato, si dice che sia normale. Uscire allo scoperto per molti rappresenta, invece, la conclusione di un percorso, più o meno difficile, di accettazione di sé e di lotta allo stereotipo che vuole, per esempio, i maschi omosessuali effemminati, le donne lesbiche molto mascoline e l’omosessualità come qualcosa contro natura. In una società storicamente e culturalmente eterofila, accorgersi di avere un orientamento sessuale o un’identità di genere ‘diversi’ ha come prima, e più delicata, conseguenza quella di sentirsi sbagliati. Soprattutto durante l’adolescenza si cerca di nascondere le naturali pulsioni conseguenti a un rinnovato impulso sessuale, vengono ‘traditi’ i tradizionali ruoli di genere e ci si colpevolizza per non essere come la cultura e, in molti casi, le aspettative familiari vorrebbero.

A questo sentimento contro se stessi si possono aggiungere i primi commenti di stampo omofobo da parte del gruppo dei coetanei: guardandosi allo specchio si vede qualcuno che non si vorrebbe essere. La formazione della propria identità si nutre non solo di quello che ognuno pensa di sé, ma anche di quello che gli altri pensano o di quello che si crede gli altri pensino di noi. Ed è proprio nelle nostre scuole che la situazione appare più critica: una web-survey di Skuola.net, su un campione di circa 4.000 studenti di medie e superiori, rivela che solo 1 giovane su 3 denuncia episodi di omofobia messi in atto da docenti e coetanei tra le mura scolastiche e che 1 professore su 7 definisce ancora l’omofobia una malattia. Il 33% dei ragazzi che sostiene che nella sua scuola siano avvenuti episodi di omofobia, dichiara di non aver fatto nulla per reagire. Quando i casi di omofobia sono avvenuti online (9% del totale), è ben il 54% a dire di aver scelto di rimanere in disparte senza prendere iniziative. I risultati di questa inchiesta ben esprimono la solitudine e il malessere che i giovanissimi vivono in un momento molto delicato della propria vita: l’adolescenza. Proprio questa fase di passaggio è molto importante nello sviluppo dell’immagine di sé e della propria autostima; oltre ai modelli interni genitoriali, ci si apre al gruppo dei pari per confrontarsi e mettere in moto il processo di separazione-individuazione necessario alla costruzione del proprio sé adulto e bilanciato.

Essere vittima di atti omofobici espone a una costante messa in discussione della propria individualità, rendendo saliente e centrale nella valutazione di sé l’orientamento sessuale o la propria identità di genere. Essere omosessuale o non identificarsi con il proprio genere di nascita diventa un 4 in pagella che non si riesce a recuperare. L’innestarsi di questo pensiero disfunzionale riflette la presenza di un killer psicologico molto più sottile ed efficace, se stessi, complice un processo di omofobia interiorizzata, che indica “l’insieme di sentimenti (rabbia, ansia, senso di colpa, ecc.) e atteggiamenti negativi verso caratteristiche omosessuali in se stessi e nelle altre persone”.

Nascondere il proprio io diventa spesso anche la modalità che si attiva tra le mura domestiche con le risposte evasive date ai genitori che vogliono sapere con chi stiamo, dove andiamo, chi sono i nostri amici. E poi arriva l’”amara” scoperta: l’immagine di quel figlio o figlia perfetta, che ha resistito dalla nascita fino a oggi, va in frantumi. In alcuni casi ci si stupisce delle reazioni positive dei genitori, il che ci fa capire che quel momento di profonda accoglienza e amore incondizionato è ben lungi dall’essere la norma. Altre volte, e sono quelle più dure, chi fino al giorno prima sembrava amarti, indossa un muro difensivo che lacera il figlio a ogni incontro-scontro. Ogni parola e ogni gesto diventano il simbolo di un amore condizionato: non posso accettarlo…, forse è una fase transitoria…, non puoi essere così…, mi fai schifo…. In questi casi la ferita del ‘non essere giusti’ si riapre e in alcuni casi sanguina anche realmente.

Rifiutati da se stessi, dai propri genitori e dal gruppo dei pari si finisce per chiudersi nel proprio dolore, cercando una via d’uscita: negarsi, isolarsi, deprimersi, farsi male fino all’estremo di mettere fine alla propria vita.

Neanche i media, sempre più presenti nella vita quotidiana, forniscono una via d’uscita al buio di quei momenti. Infatti, sui social, in televisione e nei dibattiti politici diversi appellativi riferiti a un diverso orientamento sessuale vengono utilizzati come offese verso gli avversari di turno, rinforzando lo stigma nei confronti delle persone omosessuali o transessuali. Poche parole riempite di disprezzo che anche in questo caso riducono la diversità umana a una colpa.

In una giornata così carica di significato è importante lanciare un messaggio: nessuno ha il diritto di dire a qualcun altro che è sbagliato, è un atto di profonda violenza che non rispetta l’unicità caratteristica di ogni persona, soprattutto in materia d’amore dove deve vincere il principio di piacere.

Gli studi ci dicono che le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali sono più soggette a attacchi di panico, ansia generalizzata, depressione e abuso di sostanze perché sottoposte a stress continui, macro e micro traumatici. Oltre ad accogliere i sintomi che il soggetto riporta, è necessario lavorare per rimarginare la propria ferita, correggendo il pensiero disfunzionale che ci fa ripetere di ‘non essere giusti così come si è’ e ci fa sentire sempre sotto una grande e potente lente di ingrandimento. Ri-bilanciare l’impatto della propria sessualità e affettività sul sé è importante per ricominciare a guardare alla propria identità come a qualcosa che ha molte sfaccettature e non può quindi essere ridotta a una sola caratteristica. Iniziare ad amarsi profondamente significa cominciare a far brillare la propria unicità. Proprio questo è il lavoro necessario da compiere su se stessi da soli o con l’aiuto di professionisti del benessere quali gli psicologi, psicoterapeuti e sessuologi. Ascolto, empatia e assenza di giudizio sono le caratteristiche che permettono l’elaborazione dei propri vissuti e il raggiungimento della propria dimensione di egosintonia.

Bisogna, però, dire che ancora nel 2016 ci sono però professionisti che esercitano terapie riparative, utili, secondo loro, a sopprimere sentimenti e pulsioni omoaffettivi per essere ricondotti alla normalità, vale a dire all’eterosessualità. Sono totalmente prive di fondamento scientifico e deprivanti per l’essere umano che ne è oggetto. Dobbiamo affermare a gran voce #NOalleRIPARATIVE. Si ripara qualcosa di rotto e di non funzionante! L’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono né una scelta dell’individuo né una deviazione e quindi non necessitano di riparazioni.

Proprio per questi motivi il Centro Indivenire si veste d’arcobaleno e lancia la campagna nazionale “IO sono GIUSTO così: NO alle RIPARATIVE!”, rivolta a:

  • chi si sente vittima di omofobia o transfobia
  • persone che faticano ad accettare la propria omosessualità o la propria identità di genere
  • genitori in difficoltà a rapportarsi con l’orientamento sessuale dei propri figli.

Il messaggio che vogliamo mandare è: “sentiti giusto, non permettete a nessuno di dirti che sei sbagliato o da ‘riparare’, hai il diritto di trovare la tua dimensione di ‘normalità’”.

Aiutaci a condividere questo importante messaggio, utilizza i nostri hashtag #IOsonoGIUSTOcosí: #NOalleRIPARATIVE. Solo quando i pregiudizi saranno sconfitti potremo dirci davvero #LoveWins.

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