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Identità di genere

Un gene eterosessuale? Genetica etica per l’omosessualità

Gene per l'omosessualità

Gene per l'omosessualità

Inserendo in un qualunque motore di ricerca on line le parole chiave “gene eterosessuale” non vengono rilevati siti su tale argomento. Se invece si digita il binomio “gene omosessuale” lo scenario muta notevolmente:i siti rilevati sono più di 30.000. La situazione non cambia se ci si sposta su uno scenario scientifico internazionale: nei databases PsycInfo e PsycARTICLES i riferimenti individuati inserendo “gen* homosex*” sono 67, mentre se si inserisce “gen* heterosex*” la ricerca non ottiene alcun esito.

Tali dati ci permettono di sottolineare come nella comunità scientifica e mediatica alto è l’interesse per la ricerca della possibile causa dell’omosessualità.

Chiedersi se esiste un gene dell’omosessualità o quali possano esserne le cause implica spesso esprimere un giudizio sull’omosessualità. Significa includere l’omosessualità tra i disturbi che vanno spiegati e, pertanto, curati. Siamo in un’ottica medica in cui la ricerca dell’eziologia implica una diagnosi, una prognosi e un trattamento. Ciò è tanto più evidente se si considera che diversi sono gli studi che hanno cercato di dimostrare l’esistenza di un gene per l’omosessualità, ma nessuno ha mai cercato il gene dell’eterosessualità.
Il concetto di omosessualità è intriso di valenze sociali e culturali ed è contingente a determinati periodi storici e a determinati contesti di appartenenza. L’evoluzione del concetto di omosessualità ha influenzato (e ne è stata a sua volta influenzata) un cambiamento di paradigma in diverse aree del sapere come la psichiatria, la psicologia, la psicoanalisi e la sessuologia. Tali cambiamenti hanno portato alla definizione di omosessualità quale variante naturale della sessualità umana e alla differenziazione tra diversi aspetti dell’omosessualità: comportamento omosessuale, orientamento omosessuale e identità omosessuale. Di conseguenza, anche lo studio delle cause dell’omosessualità risente di tali implicazioni di natura sociale e culturale. Tali implicazioni sono presenti sia nelle premesse degli studi, che nelle dirette conseguenze. Nelle premesse perché spesso gli studiosi hanno ricercato le cause dell’omosessualità col fine di dimostrarne la natura patologica o meno: ne è un esempio di ciò il filone di studi di natura biologica che Hamer e Le Vay hanno avviato con l’intento di dimostrare la normalità dell’omosessualità perché considerata una variante biologica naturale.

O, di contro, gli approcci riparativi che, nel tentativo di contrastare l’ipotesi biologico-costituzionalista, cercano di far rientrare l’omosessualità nelle categorie diagnostiche da curare in nome di un “ordine divino”. Nelle dirette conseguenze perché le differenti chiavi di lettura usate per interpretare uno stesso risultato possono rappresentare degli strumenti utilizzati al servizio delle ideologie. Il peggiore degli scenari che potrebbero delinearsi davanti alla scoperta di un gene “gay” può essere individuato nell’eugenetica. Un filone di ricerca nato con l’obiettivo di salvaguardare i diritti delle persone omosessuali potrebbe così trasformarsi nel suo esatto contrario. Tale possibilità non apparirà così remota se si pensa che James Watson, scopritore nel 1953 con Francis Crick del DNA, in un’intervista al Sunday Telegraph ha rivendicato il diritto per la madre di abortire nel caso in cui il figlio abbia imperfezioni, tra le quali nomina l’omosessualità.
Secondo diversi ricercatori trovare una causa genetica dell’omosessualità può essere utile nella lotta al pregiudizio. Un gene gay implicherebbe la giustificazione che l’individuo non è libero di scegliere, e, pertanto, non ha colpe se è omosessuale. Tale considerazione può rappresentare una risorsa, ma, al contempo, un limite. Una risorsa perché renderebbe ingiustificate le persecuzioni e la negazione dei diritti. Un limite perché il concetto di colpa implicherebbe un comportamento non voluto, e, pertanto, sgradito alla società. In alcuni stati degli USA, le scoperte di Hamer e colleghi sono state accolte con sollievo perché le leggi locali vietavano la persecuzione di un individuo in base a differenze genetiche. Altre comunità gay si sono mostrate entusiaste per gli esiti delle ricerche nella convinzione che, una volta rimossa l’idea di omosessualità come scelta, anche gli omosessuali avranno la possibilità di essere accolti dalle chiese locali. Altrove tuttavia i potenziali usi negativi di queste informazioni hanno destato notevole preoccupazione. Qualcuno si è infatti preoccupato della possibilità che queste ricerche stimolino azioni finalizzate ad alterare l’orientamento sessuale ed escludere l’omosessualità grazie alla manipolazione dei geni o del cervello dell’individuo. Anche se tale prospettiva potrebbe apparire apocalittica, l’idea di una società in cui i feti che presentano la sequenza genica XQ28 vengano eliminati con l’aborto richiama alla memoria le pratiche utilizzate nella Germania nazista.

L’estrema conseguenza dell’individuazione di un gene per l’omosessualità può dunque essere rappresentata da una nuova eugenetica. Essa, infatti, si propone di studiare le condizioni genetiche più favorevoli per il miglioramento qualitativo della razza umana e di fissare le regole per una buona riproduzione. Ciò potrebbe portare ad una riproduzione programmata atta ad eliminare aspetti problematici della società. Identificando il gene che causa dell’omosessualità una società omofobica potrebbe sollecitare l’aborto dei feti portatori di tali geni o invitare coloro che possiedono il gene in questione a non riprodursi. Tuttavia solo un’interpretazione semplicistica della genetica può indurre a credere che tutti gli individui portatori di geni, ad esempio del gene per l’omosessualità, debbano esprimere quel determinato comportamento. A riguardo cito un interrogativo posto da Del Favero e Palomba (1996): “Il desiderio e l’amore possono essere ridotti ad una semplice sequenza di DNA?”.
Gli studiosi che hanno tentato di individuare le cause dell’omosessualità nella biologia, ed in primis Hamer e Le Vay, sostengono che le loro ricerche sono finalizzate a dimostrare che l’omosessualità sia naturale, così come è naturale un qualunque colore di pelle o di occhi .
Il costituzionalismo e l’innatismo per tali biologi rappresentano armi da usare contro tutti quegli approcci “riparativi”, di matrice religiosa, che ancora oggi tentano di modificare l’orientamento omosessuale.
Tuttavia da un punto di vista epistemologico è interessante notare come lo stesso modello esplicativo potrebbe essere usato con finalità opposte. Da un lato la scoperta di un gene o di un ormone gay potrebbe essere usata al servizio della liberazione omosessuale dal pregiudizio; dall’altro potrebbe essere usato per ricondurre l’omosessualità ad una patologia che, avendo una causa, necessita anche di una cura.
Per quel che concerne lo studio dell’eziologia dell’omosessualità, lo scenario che si è delineato è l’esistenza da un lato di approcci di natura biologica (genetica, endocrinologia, neurobiologia), dall’altro di approcci di natura psico-dinamica (psico-analisi) e socio-ambientale (approcci socio-culturale e social-cognitivo). Anche nel caso dell’omosessualità sembrerebbe così delinearsi l’antica diatriba tra Natura e Cultura. Al momento attuale nessuna teoria eziologica è riuscita a raggiungere il livello minimo di verificabilità richiesto dalla scienza per definire “vera” una teoria. Le critiche mosse agli studi che ricercano le cause dell’omosessualità non sono fini a se stesse. Parlare di errori metodologici, di mancanza di evidenza empirica o di non significatività degli studi permette di sottolineare come sia difficile studiare un fenomeno complesso come l’omosessualità di cui non si trova accordo su un piano scientifico Ma, soprattutto, ci permette di mostrare i pericoli cui espongono tali studi. Spesso nella letteratura su tale argomento uno stesso risultato è stato letto in maniera diversa in base ai propri fini ed  ai propri scopi. Parlare di risultati significa parlare di numeri. Che possono rappresentare delle “pietre” inespressive, se non vengono compresi e interpretati. Quando il significato attribuito a tale “pietre” cambia in base al punto di vista da cui le si osserva, non ha senso generalizzare. Tale cautela spesso sfugge ai mass-media, che, nel cercare il sensazionalismo, rischiano di perdere di vista l’impatto sociale che tali notizie, ancora non provate da un punto di vista scientifico, possono avere. Uno stesso studio, uno stesso risultato, una stessa variabile, possono essere letti in maniera diversa. A volte si esce da un piano scientifico per entrare nel campo delle ideologie. Possono essere considerati esempi di ciò gli studi a sostegno delle teorie riparative (e quindi dell’approccio religioso) che, se letti con altri criteri, smentiscono lei teorie a matrice biologica.
Il principale limite di tutti gli studi e di tutti gli approcci è stato, finora, la ricerca di una spiegazione della genesi dell’omosessualità che prescinde dalla domanda sulla genesi dell’ eterosessualità. Una parte eccessiva di tali ricerche postula infatti l’eterosessualità come un dato che esiste in sé e per sé, che non ha bisogno di spiegazioni, che non ha uno sviluppo, che non ha una storia diacronica ma è un dato fisso, eterno, uguale a sé stesso da tutti i secoli e nella vita di ogni singolo individuo. Una ricerca sulle cosiddette “cause” dell’omosessualità potrà quindi ambire ad uno status scientifico soltanto se riuscirà a spiegare lo sviluppo della intera sessualità umana, e non solo della piccola frazione che si esprime in modo omosessuale. Da questo punto di vista, quindi, gli studi dovrebbero essere indirizzati in primo luogo a capire la genesi dell’eterosessualità, che è il comportamento sessuale prevalente nella società. Viceversa, la ricerca su questo tema non suscita alcun entusiasmo. In questa anomalia si riscontra un bias (distorsione) da parte dei ricercatori, che evitano di studiare ciò che la società giudica in-discutibile, concentrando la ricerca su ciò che invece è giudicato “controverso”.

In tal modo però si pretende di comprendere l’eccezione senza avere una chiara idea di quale sia la regola. Questo non è un metodo scientifico valido, e non a caso dopo un secolo e mezzo di studi non si è ancora avuto alcun risultato indiscutibile.
Nel corso degli anni si sono susseguiti diversi interrogativi cui la scienza sta cercando di trovare risposta: L’omosessualità è innata o acquisita? È coinvolta la famiglia o la biologia? È un problema di identità o è una diversa identità? Le cause vanno ricercate nella Natura o nella Cultura? È difficile scegliere i colori del proprio pensiero di fronte ad un tema così complesso come l’omosessualità. Non esistono formulazioni omogenee, né tanto meno sicure. Non abbiamo prove scientifiche in grado di spiegarci l’omosessualità. In tal senso possiamo affermare che navighiamo in un mare di ipotesi non ancora validate. E che forse non lo saranno mai. Nessun gene, nessun ormone, nessuna esperienza traumatica potranno mai sostituirsi ai nostri vissuti di individui unici e irripetibili.

L’unica certezza che possediamo  in tale campo è che l’amore tra soggetti dello stesso sesso costituisce una condizione possibile e, pertanto, è necessario guardare all’omosessualità come a una variante normale della vita sessuale dell’individuo. Considerarla, dunque, una possibilità insita nel percorso di ciascuno: qualcuno di noi, probabilmente grazie all’intreccio di condizioni ambientali, culturali, esperienziali e biologiche, vive un’esperienza omosessuale. Cosa ne sarà di tale vissuto dipende, nella maggior parte dei casi, più dai codici che la cultura media per la comprensione degli eventi che da ciò che è realmente legato all’esperienza omosessuale. E la cultura di un luogo è rappresentata anche dalla Scienza e dal modo in cui si fa ricerca…

Bibliografia:

Hamer D. H., Hu S., Magnuson L., Hu N., Pattatucci A. M. L. (1993), A linkage between DNA markers on the X chromosome and male sexual orientation, Science, 261, 321-327.
Hamer D. H., Rice G., Risch N., Ebers G. (1999), Genetics and male sexual orientation, Science, 285, 803-805.
Le Vay S. (1991), A difference in hypothalamic structure between heterosexual and homosexual men, Science, 253, 1034-1037.
Lingiardi V., Luci M. (2006), L’omosessualità in Psicoanalisi, in P. Rigliano, M. Graglia (a cura di), Gay e lesbiche in psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Montano A. (2000), Psicoterapia con clienti omosessuali, McGraw-Hill, Milano
Rigliano P. (2006), Le terapie riparative tra presunzioni curative e persecuzione, in P. Rigliano, M. Graglia (a cura di), Gay e lesbiche in psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Rogers L. (1999), Sesso e Cervello, Giulio Einaudi Editore, Torino

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