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Figli uccisi: 113 casi in soli 4 anni!

figli uccisi
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Sessualità
Cell.: 347 0341776


Il piccolo Alessandro, morto a Genova, è l’ultimo caso di bimbo ucciso in ambito familiare. Per il decesso del piccolo, sono stati infatti arrestati con l’accusa di omicidio volontario la madre del bambino, Katerina Mathas, disoccupata 26enne di origine greca, e il suo compagno, Gian Antonio Rasero, genovese 29enne, broker di un’agenzia di yacht. Ora la mamma piange disperata nella sua cella di isolamento in carcere: «Non ci posso credere che il mio cucciolo non ci sia più».
Secondo gli inquirenti si è trattato di un raptus della follia dovuto all’uso di cocaina. Durante il lungo interrogatorio condotto dal pm e dal capo della sezione omicidi della Squadra Mobile di Genova, Katerina e il compagno avrebbero dichiarato di avere consumato cocaina la sera prima del decesso del piccolo, di essersi addormentati e di aver trovato il bambino ferito al loro risveglio. Avrebbero tentato di soccorrerlo, portandolo al pronto soccorso dell’ospedale Gaslini. I medici, insospettitisi immediatamente per le lesioni riscontrate sul corpo del bambino, incompatibili con una caduta (secondo quanto detto inizialmente dalla madre), hanno segnalato il decesso agli agenti di polizia all’interno dell’ospedale. Secondo quanto emerso, la donna era già stata segnalata in prefettura per l’assunzione di sostanze stupefacenti ma non era in carico ai servizi sociali del Comune e non era seguita dal Sert.

Purtroppo non si tratta di un caso isolato.
Secondo i dati diffusi dall’Eures, sono 113 i figli uccisi dai propri genitori tra il 2004 e il 2008, pari in media a 22,6 casi l’anno e circa due al mese (1,9).
Nel 60% dei casi l’autore è il padre e nel 40% la madre. In 75 casi si è trattato di un singolo omicidio, mentre in 26 casi sono stati coinvolti in omicidi multipli.
Nel quinquennio considerato il 2007 risulta essere l’anno più cruento, con 27 figli uccisi.
Nei figlicidi sono prevalentemente i maschi ad essere uccisi dai genitori (66 casi, pari al 58,4%, contro 46 femmine, pari al 40,7%).

Gli studiosi del fenomeno dividono i «figlicidi» in due categorie, secondo l’età della vittima.
1. Il genitore che uccide il figlio adulto lo fa generalmente in presenza di un disturbo, fisico o psichico, della vittima. È il caso, ad esempio, del genitore che reagisce a un figlio tossicodipendente e violento o quello di chi, ormai anziano, si pone il problema di come potrà vivere il figlio non-autosufficiente. La morte in questo frangente è vista come l’unico modo per “liberare” la vittima, ed è spesso seguita dal suicidio.
2. Il genitore che uccide il figlio piccolo: Qui il disturbo è dell’omicida. È un disagio psichico, spesso nascosto, che esplode in un raptus. Non a caso anche in Italia sono in aumento i «family mass murderer»: le stragi familiari, che avvengono anche in contesti inattesi. «Una famiglia assolutamente normale»: così parenti e amici dicono spesso, sorpresi, a commento di quel padre che ha ucciso moglie e figli.
Fabio Piacenti, presidente dell’Eures, spiega che chi arriva a questi raptus vive in una continua situazione di “mascheramento”: immette tutte le sue energie per apparire “normale”; per assecondare aspettative, sociali e familiari, oggi sempre più pressanti. A un certo punto non ce la fa più: uccide, e si uccide.

Ma il caso del piccolo Alessandro non rientra in questa casistica. Perché?
Qui siamo nel campo di quella che Piacenti definisce “genitorialità a rischio“: l’uso di droga, l’alcolismo, situazioni di particolare degrado economico e culturale pongono alcune persone nell’incapacità di affrontare il ruolo di genitori. Spostano il loro disagio interiore nel figlio: è lui che “porta” il disagio; è lui, alla fine, la vittima predestinata.

Fonti:
Corriere della Sera
LASTAMPA.it
EU.R.E.S. – Ricerche Economiche e Sociali

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