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Peso corporeo

L’educazione alimentare per grandi e piccoli

imparare a mangiare
Cellini gianmarco psicologo milano GianMarco Cellini Altopascio (LU)
Psicologo
Aree di Competenza: Ben-essere, Dipendenze, Genitori e Figli
Cell.: 3312368463

imparare a mangiare

Parlando di disturbi dell’alimentazione, Anoressia e Bulimia sono (purtroppo) soltanto due aspetti, ancorché drammatici, del più ampio ventaglio della categoria dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) per i quali è stata accertata un’associazione con sindromi psicologiche o comportamentali. Troviamo infatti classificati e descritti ilBinge Eating (o Alimentazione Incontrollata), la Dismorfofobia (ovvero l’insoddisfazione per un particolare del proprio aspetto), la Bigoressia (o Dimorfismo muscolare o Anoressia inversa, definita come la variante maschile dell’anoressia nervosa in cui si ha un’ossessione per un corpo scolpito e muscolatura perfetta), i Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati o NAS, (tutti quelli che non soddisfano completamente le categorie precedenti ma che ne condividono solo alcuni aspetti).

Se fino ad ora abbiamo presentato i Disturbi che possiamo riscontrare dal periodo adolescenziale in poi, è importante considerare che anche durante il periodo dell’infanzia è possibile diagnosticare alcuni disturbi, quali la Pica (la persistente ingestione di una o più sostanze non alimentari in maniera sistematica e non occasionale), il Disturbo da Ruminazione (caratterizzato dal ripetuto rigurgito e rimasticamento del cibo dopo il pasto), il Disturbo della Nutrizione dell’Infanzia o della Prima Fanciullezza (che si riscontra per la persistente incapacità di mangiare adeguatamente, con assenza di aumento di peso o addirittura diminuzione).

Fattori scatenanti e facilitanti i DCA

La sommaria illustrazione appena citata dell’ampia gamma di disturbi serve anche a spiegare quanto possa risultare complicato e delicato stilare una diagnosi di DCA: infatti non esistono né spiegazioni né sintomatologie che possano univocamente determinare il livello patologico dell’eventuale disturbo in atto. Risulta dunque fondamentale attivare a più livelli (famiglia, istituzioni, professionisti) un processo di controllo e divulgazione dei corretti comportamenti alimentari.

Particolare attenzione va posta anche ai fattori scatenanti e facilitanti tali Disturbi. Tra questi potremmo annoverare:

  • caratteristiche psico-fisiologiche, (bassa autostima, perfezionismo, ossessività, inibizione sociale, emotività depressa/negativa, ecc.).
  • substrati socio-culturali, (sesso femminile, cultura occidentale, idealizzazione di modelli, ecc.),
  • abitudini familiari, (genitori obesi o che seguono diete ferree, storie di disturbi di personalità e/o di ansia, ecc.),
  • stimolazioni ambientali, (problemi alimentari nella prima infanzia, occupazioni professionali o meno per le quali è importante l’aspetto fisico, episodi di derisione per l’aspetto fisico durante l’infanzia, ecc.),
  • ereditarietà genetica.

Per tutti questi motivi scatenanti esistono altrettante teorie che tentano di spiegare il motivo dell’insorgenza del disturbo: infatti non è necessario aver vissuto o essere predisposti in uno o più dei suddetti fattori per poter essere preda di uno dei DCA. Queste teorie infatti tentano di spiegare e capire come mai solo alcuni individui cadono in questi disturbi mentre altri, che probabilmente vivono nelle stesse condizioni, no.

Tra le teorie che si basano su modelli psicologici porremmo ricordare, solo a titolo di esempio, quelle che ricercano nell’influenza sociale dell’apparire ai danni di ragazze perfezioniste e con bassa autostima i motivi di una ricerca di emulazione dei modelli di magrezza presentati dai mass-media o dalla moda; quelle che prevedono che certi vissuti infantili, nonché una innata predisposizione genetica, coadiuvati da una certa familiarità per i problemi dell’alimentazione, aumentano il rischio di soffrire di un disturbo psichiatrico e rendono maggiore il rischio di mettersi a dieta per sviluppare poi un disturbo dell’alimentazione; atteggiamenti cognitivi disfunzionali e probabiledipendenza nei confronti del cibo.

Genitori: una strategia per una corretta alimentazione dei figli

Secondo il modello tripartito di influenza, i fattori che sono in grado di facilitare l’insorgenza dei disturbi sono: la famiglia, i pari e i mass-media. Una eccessiva (e inspiegabile) attenzione alle dimensioni del corpo (nel versante della magrezza) e della “forma fisica”, possono portare a un esaltato controllo dell’alimentazione, dell’attività fisica e delle strategie di eliminazione del cibo appena ingerito (vomito indotto o farmaci emetici e lassativi) che potrebbero rientrare in certe fattispecie di DCA.

Se per quanto riguarda i mass-media e i pari non è sempre possibile adottare strategie di controllo e protezione nei confronti dei figli, quello che possono fare i genitori nei confronti dei propri figli sin dall’infanzia è di fondamentale importanza non solo per una corretta abitudine alimentare ma anche al fine di prevenire possibili disturbi già dalla prima adolescenza in avanti.

Purtroppo troppo spesso la fretta e un certo tipo di organizzazione familiare possono produrre dei comportamenti e delle abitudini che trasformano il momento del pasto in una formalità, una cosa da fare per poter sopravvivere. Si mangia molto velocemente e “a scaglioni” (“Prima il bambino, ché faccio prima, poi il marito, che ha fretta, poi io ché tanto non ho fame...”), spesso gli stessi piatti preparati con una cura sommaria e senza la dovuta attenzione, magari intrattenendo i figli con un programma televisivo: ecco che il pasto, gli alimenti, la nutrizione non sono più un momento di convivialità familiare e serenità, ma prendono le vesti di un momento qualsiasi della giornata. E se per un adulto questo può essere una scelta – anche se non condivisibile – di priorità, per un bambino è altamente dannoso.

Dovremmo quindi “imparare a insegnare a mangiare” ai nostri figli, e lo dovremmo fare sin dal momento della loro gestazione. Come è noto, già il feto impara a conoscere e discernere i sapori presenti nel liquido amniotico così come fa il neonato durante la fase di allattamento perché in entrambi i casi tali liquidi rispecchiano i sapori dell’alimentazione della madre: quindi un primo passo importante, una scelta sicuramente positiva della madre è quella di non modificare le proprie abitudini alimentari ed anzi, per quanto è possibile, mangiare sempre più alimenti sani e naturali variandone i sapori.

Quando poi inizia lo svezzamento è fondamentale che appena la dentatura lo permetta, il bambino venga nutrito con alimenti sani, vari e non preconfezionati.

Un errore in cui a volte cadono genitori, nonni e baby-sitter è quello di voler far mangiare al bambino “per forza” tutto quello che c’è nel piatto, magari promettendogli un compenso (un dolcetto o una “sorpresina”), distraendolo con un programma televisivo o addirittura facendolo giocando con il cibo: queste strategie scorrette non fanno che far perdere o addirittura non far sviluppare al bambino il senso del gusto e della consapevolezza dell’atto del nutrirsi che si potrebbe trasformare in un compito da sbrigare, un obbligo compensato da un premio o, nel peggiore dei casi, un gioco infantile destinato ad essere abbandonato!

Il pasto dunque deve essere per l’intera famiglia un momento di presa di coscienza di un atto molto importante non solo per la sopravvivenza ma anche per il benessere: i genitori non devono temere che il proprio figlio “non cresca abbastanza” e che quindi “deve mangiare tutto quello che ha nel piatto”, perché l’autoregolazione alimentare del bambino (attività innata) lo porta a richiedere i nutrienti a lui necessari. Non di meno il bambino deve però capire fin da subito che così come ci sono i momenti del riposo, del gioco, della pulizia personale, dei compiti, c’è anche quello dell’alimentazione e che quindi tra le regole che i genitori devono proporre deve trovare spazio anche quella che regolamenta i momenti in cui si mangia che, come d’altronde per tutti gli altri momenti, è da condividere con tutta la famiglia e da non fare in solitudine.

A tavola poi è importante non adottare strategie compensatorie o di premio/punizione: bastano infatti alcuni piccoli accorgimenti con i quali rendere il piccolo “attore attivo”, ma controllato, della propria scelta alimentare. Innanzitutto fargli usare posate, piatti e bicchieri come quelli dei genitori (quindi evitare bicchieri troppo colorati e piatti dei cartoni animati) che quindi non lo distraggono dal loro contenuto (cibo e bevande) e che lo fanno sentire “grande”; nei limiti delle abitudini alimentari dei genitori, fargli scegliere la pietanza, dandogli la sensazione di poter decidere in autonomia quello che preferisce per non sentirsi “obbligato” e assecondare le sue “prove di autodeterminazione”; non riempirgli il piatto fino all’orlo, ma ricordarsi che il bambino non riuscirà mai a mangiare quanto un normale adulto, evitandogli quindi l’ansia da prestazione (quale l’emulazione del padre o della madre) e l’umiliazione dell’incapacità di raggiungere il suo obiettivo (quando questo non diventa una sfida e quindi si verifica la dissociazione tra l’atto del mangiare e la sensazione di sazietà).

Nell’eventualità poi che nonostante questi accorgimenti il bambino non voglia mangiare, i genitori devono cercare di comprenderne il motivo prima di ogni tentativo di persuasione e comunque in ogni caso non è preferibile insistere troppo né tanto meno contrattare: a volte, se proprio non è evidente l’avversione per quel gusto particolare, è preferibile non gettare via il pasto non consumato ma riproporglielo tale e quale – senza farglielo percepire come una punizione – per il pasto successivo, perché il bambino infatti deve capire che “il pasto che è stato preparato è buono”. Non si dovrebbe cedere poi, per il timore che il bambino non abbia mangiato abbastanza, alla tentazione di preparargli al volo una pietanza che sappiamo gradirà: questo atto sarebbe un nocivo rinforzo a un comportamento disadattivo che il bambino imparerebbe ad adottare al fine di raggiungere l’obiettivo di mangiare quello che vuole.

Altro atteggiamento per quanto possibile da evitare è quello di dar da mangiare al bambino appena dopo la fine del pranzo, perché ci sembra che “abbia mangiato poco”: per ovviare a questo rischio è opportuno organizzare i pasti in modo che sia permesso uno pasto leggero a metà mattina e metà pomeriggio, che abbia il duplice scopo di integrare un eventuale pasto precedente insufficiente e evitare l’alimentazione incontrollata del bambino. La spuntino, che comunque non si dovrà in alcun caso trasformare in pasto vero e proprio, dovrebbe consistere in frutta, latte, marmellate, pane, ecc. evitando la prevalenza di merendine preconfezionate e bevande troppo gassate.

Queste poche ma fondamentali regole, possono sembrare molto restrittive e traumatiche per il bambino, ma pensate al vostro atteggiamento quando vedete vostro figlio che gioca con oggetti pericolosi o vi sfugge al controllo mentre passeggiate vicino ad una strada trafficata: proteggersi da una cattiva alimentazione vale tanto quanto proteggersi da oggetti e situazioni pericolose. Sono regole che rappresentano un modo per far amare il cibo, per farlo conoscere e per attribuirgli il giusto valore e l’adeguata importanza.

Il bambino che sin da piccolo vive il cibo come un momento di ansia, di contrattazione, di rabbia, di prestazione, di compiacenza, di alienazione, di gioco, di vittorie, di sconfitte e di paura, una volta diventato giovane adolescente o adulto maturo con possibili sindromi o disturbi psicologici altrimenti e più serenamente governabili, vedrebbe nell’alimentazione una valvola di sfogo, un momento già vissuto e quindi controllabile, che si sostituirebbe al vero malessere per diventarne un capro espiatorio psicologico.

Diagnosi e prevenzioni

Così come l’anoressico non è cosciente del proprio stato di salute fisica e difficilmente si avvicinerà a un professionista (psichiatra, psicologo, nutrizionista, ecc.) per una diagnosi e la conseguente cura, anche un bambino non ha la capacità di capire da solo di avere un disturbo del comportamento alimentare. È quindi di fondamentale importanza per entrambi una particolare cura e attenzione di chi gli sta intorno (famiglia, amici, colleghi, insegnanti, ecc.) che ai primi segni di anomalie nel comportamento alimentare o nell’eccessiva fissazione per l’attività di fitness e cura del corpo, li invitino a valutare l’opportunità di un controllo medico (o nel caso di minore lo accompagnino).

Oltre a queste importantissime e spesso semplici attenzioni, è possibile e auspicabile un “controllo e verifica d’ufficio” presso quei luoghi in cui possiamo presumere che un soggetto con probabili problemi di DCA possa recarsi: dal nutrizionista, dal dietologo, dallo psicologo, dal medico di famiglia, ma anche nelle palestre, nei centri sportivi ed estetici (nei quali vi si può recare per la ricerca di strumenti di controllo del peso e della massa corporei) nonché, per le citate difficoltà di auto-diagnosi, nelle scuole. Sulla base di questa idea, sarebbe molto importante creare tra questi una rete per informare, diagnosticare e intervenire.

Esistono infatti diversi strumenti che possono essere utilizzati dallo psicologo/psicoterapeuta per una diagnosi di DCA: si va dall’utilizzo delle definizioni dei criteri per DCA proposte dal DSM-IV, all’utilizzo di alcuni indicatori fisiologici e ai colloqui psicologici coadiuvati dall’utilizzo di test diagnostici appropriati.

Quello che fino a qualche decennio fa poteva sembrare un comportamento un po’ bizzarro, ma comunque non disfunzionale, oggi, con la presenza dei citati nuovi modelli estetici e la facilità di comunicazione, quegli stessi soggetti potrebbero essere ancora più sensibili a questi, ricercando sempre più quei comportamenti, alimentari e non, che possano avvicinarli a taluni modelli di forma fisica ed estetica, portandoli a modificare la condotta alimentare e la cura del proprio corpo in maniera disfunzionale.

Una buona e corretta alimentazione, una costante attività fisica e controlli medici generici periodici sono una sana e robusta ricetta per mantenere una forma fisica ottimale, senza per questo non avere una buona cura estetica del proprio corpo. Se a questi poi si aggiunge il supporto di una rete informativa, il processo di prevenzione potrebbe considerarsi sufficientemente adeguato.

Ma il compito più importante e impegnativo è a carico del singolo individuo, che non dovrebbe seguire né incoraggiare le mode riguardanti l’aspetto fisico ma riuscire a mantenere un’equilibrata coscienza del proprio aspetto, cercando di assecondare la realtà che alcune cose del proprio aspetto si possono cambiare ma che per altre si deve imparare ad accettarle serenamente.

Fonti.

American Psychiatric Association (APA) (2001), DSM-IV-TR, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali quarta edizione, Masson, Milano.

Dettore D. (2009). I disturbi dell’immagine corporea. McGraw Hill. Milano.

Prunetti C. (2011). Disturbi alimentari. Ed. Espress. Torino.

Commenti

2 Resposte a “L’educazione alimentare per grandi e piccoli”
  1. rospa scrive:

    Tutto vero! Sono la mamma di un preadolescente che ha chiari segni di DCA .Il problema sorge quando il ragazzo e il genitore ne sono coscienti e il nutrizionista continua a dire :”Se non fai la dieta come ti dico io è inutile che vieni”.Risultato l’autostima si abbassa sempre di più mio figlio è sempre più depresso,demotivato e continua a mangiare a dismisura.Io dalla nutrizionista ero andata per aiutare mio figlio a “gestire” un disagio non volevo mica che diventasse un indossatore.Adesso abbiamo iniziato la psicoterapia ma siamo ancora tanto lontani dal riconoscimento del problema.E intanto vedo scorrere le giornate di mio figlio12enne, a mangiare davanti al pc o alla tv mentre la vita scorre fuori,io,intanto,avverto un grande senso di impotenza di cui mi vergogno profondamente.

    • Cara Rosaria,
      innanzitutto grazie per il tuo contributo. Non voglio entrare nel merito dell’atteggiamento del vostro nutrizionista (ma la sua affermazione denuncia un approccio che non mi appartiene…). Il processo psicoterapeutico è sicuramente importante ma altrettanto delicato: per questo motivo, e vista la tenera e delicata età di tuo figlio, sarebbe opportuno prevedere un intervento che includa anche i familiari.
      In casi come il tuo sarebbe preferibile un intervento psicologico a sostegno delle indicazioni del nutrizionista: in altre parole, sarebbe importante accompagnare il giovane con un sostegno motivazionale piuttosto che terapeutico ma sono certo che il professionista a cui vi siete rivolti comprenderà le necessità di tuo figlio.
      Infine due parole sul tuo stato d’animo: coraggio!, costanza!, ottimismo! che una madre sa sempre di cosa ha bisogno il proprio figlio.
      E se ti va, tienici aggiornati.
      Buone cose!

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