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Dire “No” non è difficile: lo diventa!

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Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 347/6790034

“No” è una parola molto piccola e apparentemente molto semplice, tuttavia con la crescita siamo sempre meno capaci di pronunciarla con facilità. Eppure è un sillaba che impariamo ad ascoltare e a pronunciare sin dall’ infanzia; i genitori e gli educatori la utilizzano per sottolineare  qualcosa che non va fatto, ma soprattutto ad un certo punto impara ad utilizzarla anche il bambino con estrema facilità e con una positiva funzione legata allo sviluppo.

Durante la crescita infatti ci sono almeno due momenti in cui il “dire no” è proprio funzionale allo sviluppo perchè serve per separarsi dai genitori e trovare la propria individualità:

  1. intorno ai 2 anni quando il bambino inizia un processo di separazione-individuazione che lo porta ad allontanarsi e avvicinarsi fisicamente alla figura di attaccamento, cercando di raggiungere piccole conquiste da solo.
  2. nella fase adolescenziale, in cui quanto avvenuto nei primi mesi rispetto a vicinanza-lontananza riaffiora a livello psicologico e si ricerca l’identità entrando in contrasto con l’adulto.

Nel lavoro clinico, faccio sempre più esperienza di quanto sia difficile utilizzare  “dire no” come conquista e affermazione di sé non solo come genitore ma soprattutto come figli. Se è infatti vero che un genitore deve imparare a capire come e quando è bene dire “no” ai propri figli, la stessa difficoltà si riscontra spesso nei figli che ormai grandi, hanno difficoltà a diventare degli adulti autonomi.

Perchè succede questo? Come mai diventa così difficile dire “No”?

A seconda di come le fasi di separazione-individuazione si gestiscono e si superano l’adulto riuscirà o meno ad esprimere sè stesso.  Ci sono alcune condizioni in cui questo processo è quasi totalmente ostacolato:

  • un genitore malato o molto richiedente, fragile e incapace di fare l’adulto che sostiene
  • un rapporto invischiato, con pochi confini e definizione dello spazio del singolo
  • un bisogno eccessivo di attenzione e stima verso il figlio da parte del genitore
  • la presenza di un deficit nel figlio che fa rimanere più facilmente il genitore nella condizione di accadimento.

Le richieste di un genitore verso un figlio possono essere sia esplicite che implicite, esprimere vicinanza e presenza fisica o riferirsi alla messa in atto di un comportamento piuttosto che un altro, in qualsiasi caso esse creano spesso le condizioni per un incastro ben articolato dal quale il figlio difficilmente riesce ad uscire.

Anche se è molto difficile staccarsi dalle richieste che l’ambiente familiare ha rivolto (come aderire ad un ruolo) imparare a dire “No” è un compito importante che l’adulto in crescita può e deve poter fare.

Uno degli ostacoli più grandi a questa possibilità è il senso di colpa che si sperimenta.

E’ importante innanzitutto riflettere sul fatto che dire “no” ad un genitore non significa non esserci più per lui, non fornire aiuto o allontanarci perdendo il suo affetto, ma semplicemente imparare a rispondere alle richieste in un modo diverso; innanzitutto chiedendoci con sincerità quando avvertiamo davvero il piacere di fare qualcosa distinguendolo dal dovere, non sempre necessario, senza che per questo ne sia intaccato l’amore.

Quali risorse sono necessarie per “dire no”

  • asccolto profondo dei propri bisogni
  • comunicazione assertiva, in cui imparare ad esprimere i propri bisogni senza essere in guerra con l’altro ma nel rispetto dell’altro
  • la ristrutturazione di un rapporto basato su una reale condivisione e non su bisogni insani che distorcono il senso dell’amore.

Ognuno di questi compiti necessita sicuramente di un importante lavoro su di sé, fatto di attenzione, tempo e cura che può però condurre verso la propria autenticità e la propria libertà di esprimersi senza sentire di ferire nessuno per questo.

Imparare a dire “no” agli altri ci aiuta allora ad affermare il nostro sé, a fare scelte consapevoli e a rimanere meno coinvolti in relazioni che spesso sono solo il frutto di un ripetersi di copioni ormai sperimentati da anni. Una delle conseguenze della difficoltà di dire “no” ad un genitore è infatti quella di sperimentare la stessa difficoltà anche nelle relazioni sociali acutizzando spesso tutta una serie di sintomatologie causate dal trattenere, reprimere, soffocare, che incupiscono il corpo e l’ anima e che vanno necessariamente viste e affrontate.

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