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Dipendente stressato? Alle aziende non interessa

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elisa-oliva-psicologo-lissone Elisa Oliva Lissone (MB)
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli

Ignorati gli obblighi di legge sulla valutazione dei rischi, imposti dal decreto 81 del 2008: solo il 20 per cento dei datori di lavoro monitora il livello di stanchezza e nervosismo del proprio personale. L’esperto: “Le imprese devono essere incentivate e premiate”.

ROMA – Eccessivi carichi di lavoro, tempistiche ristrette, cattivi rapporti con i colleghi, condizioni ambientali difficili e persino ansia da prestazione. In ufficio, come in fabbrica o nei cantieri, questi sono problemi che affliggono gran parte dei lavoratori. Per questo nel 2008 il decreto legislativo 81 stabilì l’obbligo per il datore di lavoro di monitorare, oltre ai rischi oggettivi, anche la pericolosità dello stress a cui sono sottoposti i dipendenti. Un provvedimento socialmente avanzato, nato per tutelare la salute dei lavoratori, che però trova ancora scarsissima applicazione nelle aziende.

Pochi i controlli - A scoprirlo è uno studio nazionale realizzato dal dipartimento di prevenzione della Asl Roma H, i cui dati conclusivi parlano chiaro: appena il 20 per cento delle piccole e medie imprese italiane osserva il decreto, malgrado la legge imponesse come termine ultimo per l’adempimento il 31 dicembre 2010. Del resto, poi, anche le Asl sembrano essersi dimenticate del provvedimento. “Solo durante un’ispezione su due viene chiesta al datore di lavoro l’attestazione sulla valutazione dello stress”, spiegano al dipartimento.

Incentivi alle imprese – Poiché c’è anche un problema di costi, a essere in ritardo sarebbero soprattutto le piccole e medie imprese, ma anche il settore pubblico (ospedali e scuole) e militare. Le cose vanno meglio nelle grandi società e nelle multinazionali. Per Fulvio D’Orsi, direttore del Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spresal) della Asl Roma C, occorrerebbe “un sistema che incentivi le imprese e le premi senza spaventarle e dando a tutti la certezza di quello che bisogna fare”.

Il problema è reale. Secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre 4 milioni gli italiani che si sentono a rischio stress sul posto di lavoro, circa il 21 per cento del campione intervistato, con una percentuale superiore di oltre due punti per le donne. Quanto al ruolo ed alla mansione ricoperti dagli intervistati, sono i dirigenti a sentirsi più stressati (quasi 4 su dieci), seguiti dagli impiegati (29,1%) e dagli operai (10,3%).

Scarsa sensibilità - Il senso della legge è prevenire un rischio che può tradursi in autentico danno per la salute e provocare quindi, oltre agli effetti negativi sulle persone, anche dei costi e una perdita di produttività per l’azienda. “Così com’è, la valutazione dei rischi – sottolinea l’esperto – rimane un fatto prevalentemente formale. Non è considerata uno strumento per attuare le misure di prevenzione, ma per certificare spesso in modo poco veritiero l’assenza di rischio”. Di conseguenza, anche la partecipazione dei lavoratori ai controlli di sicurezza “è ancora scarsa e conflittuale”.

Come procedere – In base alla legge, il datore di lavoro deve procedere alla redazione del “Documento di valutazione dei rischi da stress”, avvalendosi dell’ausilio del responsabile del servizio di prevenzione e protezione con il coinvolgimento del medico competente, laddove presente, e previa consultazione del rappresentante dei lavoratori. Inoltre, dal 30 giugno 2012 le aziende con meno di 10 lavoratori non potranno più autocertificare la valutazione del rischio, come previsto finora, ma dovranno seguire le procedure standardizzate.

FONTE:

www.repubblica.it/salute

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