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Infanzia e Adolescenza

Da Facebook al carcere

Da Facebook al carcere: storia di 3 bulli torinesi


A Torino sono stati arrestati tre ragazzi che, dopo aver raccontato per mesi su Facebook le proprie azioni di violenza e prepotenza, sono stati ripresi da una telecamera di una tabaccheria mentre mettevano in atto un’aggressione nei confronti di un gruppo di giovani.

Il racconto

Dall’età di 15 anni, dal momento in cui “ha imparato a farsi rispettare”, ha deciso di farsi chiamare Pitbull. Fino a quel momento si definiva un ragazzo “sfigato”, che veniva preso a schiaffi da tutti senza riuscire ad alzare la testa. Poi ha conosciuto due coetanei che lo hanno decisamente cambiato.

“In meno di un anno la mia vita si era trasformata, avevo imparato a farmi rispettare, rispondevo a tutti e se non mi andava giù una cosa mi incazzavo. Un giorno picchiai per la prima volta seriamente un marocchino della mia classe che aveva tirato un pugno a Omar. Gli ho tirato tanti pugni in testa che è svenuto in mezzo alle macchine. Mi sentivo un Dio, potevo avere tutto, tipe e rispetto, così per festeggiare cominciai a fondermi con l’alcol, proprio come fanno i vip con la coca…”.

Oggi Pitbull ha 20 anni e da ieri si trova rinchiuso nel carcere Le Vallette per aver pestato e derubato di pochi euro un gruppo di ragazzi.

Lo sviluppo di una “identità negativa”

Se partiamo dalla considerazione che il bullismo è un fenomeno complesso che necessita di una lettura sistemica, dobbiamo allora analizzare il bullismo come un processo di gruppo. Nella maggior parte degli episodi di bullismo gli attori, più o meno consapevolmente, non sono soltanto il bullo e la vittima ma anche i gruppi dei coetanei che possono svolgere il ruolo di semplici spettatori.

Durante l’adolescenza l’individuo deve compiere degli sforzi enormi per riuscire a differenziarsi dalle figure parentali e per rispondere all’esigenza di valorizzazione del sé e di riconoscimento sociale. Si può dire che in questo periodo l’individuo si incammina verso la costruzione di una identità sociale attraverso la creazione di categorie di appartenenza, l’identificazione con il gruppo o con i gruppi di appartenenza e con il continuo confronto fra il proprio gruppo e tutti gli altri.

Il gruppo dei pari gioca in questa fase un ruolo fondamentale: i pari sono riconosciuti come simili e quindi possono influenzare, in positivo e in negativo, sia i pensieri che le emozioni e le modalità di comportamento. È quindi possibile che l’adolescente in difficoltà, che non riesce ad ottenere un riconoscimento sociale, riesca ad avere “successo” con il gruppo dei pari presentandosi con una “identità negativa”.

I social network e la gestione della reputazione

Emler e Reicher (2000) nell’elaborazione di una teoria della devianza come forma di autopresentazione, affermano che gli individui forniscono un’immagine di sé convincente attraverso la gestione consapevole dell’interazione e che non è corretto ritenere, come avviene nel senso comune, che i comportamenti devianti vengano messi in atto di nascosto. Al contrario, secondo gli autori gli adolescenti si comporterebbero in maniera trasgressiva proprio per comunicare qualcosa di sé ad un pubblico. In quest’ottica l’azione deviante corrisponderebbe ad una strategia che l’individuo adotta per costruire e mantenere una certa reputazione all’interno del contesto sociale con cui interagisce.

Negli ultimi anni, con lo sviluppo e la diffusione di internet, le possibilità di comunicare con un pubblico ampio, o comunque di rendere visibili le proprie azioni, si sono moltiplicate a dismisura. In modo particolare i social network, Facebook per primo, si sono rivelati potentissimi strumenti di amplificazione per tutti i processi di autopresentazione, sia negativi che positivi. Purtroppo questa efficacia comunicativa potrebbe aver rinforzato positivamente alcuni comportamenti antisociali che, se non avessero trovato forme di promozione, sarebbero potuti forse rimanere episodi isolati.

Se approfondito, questo tipo di approccio al fenomeno del bullismo potrebbe incentivare nuovi interventi educativi che vadano ad integrare quanto di buono viene già svolto soprattutto negli istituti scolastici, attraverso la sensibilizzazione sia degli adolescenti che degli adulti.

Fonti:
La Repubblica.it – Homepage
Emler, N. & Reicher, S. (2000), Adolescenti e devianza, Bologna, Il Mulino.
Genta, M.L., Brighi, A. & Guarini, A. (2009) (eds), Bullismo elettronico, Roma, Carocci

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