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Infanzia e Adolescenza

Conoscere i bambini con il gioco

il gioco dei bambini
Davide Viola Davide Viola Formia (LT)
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3473106781

Guardare i bambini che giocano consente una profonda conoscenza del mondo interno dei bambini e permette di rilevare eventuali problematiche e difficoltà. Bambini che non sanno giocare da soli, bambini che giocano isolati dagli altri, bambini che non giocano, bambini che giocano in modo irrequieto  e in modo aggressivo, possono presentare eventuali disturbi di personalità. Obiettivo dell’articolo è approfondire quali possano essere tali problematiche.

Il gioco ha un ruolo importantissimo nello sviluppo psicologico, fisico e sociale dei bambini, in quanto stimola la fantasia, la creatività, la socializzazione, lo sviluppo motorio, la consapevolezza e la conoscenza di sé. Ma il gioco favorisce anche l’elaborazione, la comprensione e il contenimento delle proprie emozioni, l’alleviamento delle tensioni e il dominio degli eventi traumatici e dolorosi.  In altre parole, il gioco promuove una delineazione di confini tra il proprio mondo interno e il mondo esterno.

Durante lo sviluppo compaiono differenti modalità di gioco che sono strettamente legate allo sviluppo emotivo dei bambini e che possono essere così schematizzate:

0-1 anno. In questa tappa evolutiva i bambini giocano con il proprio corpo, con il seno e il corpo materno e con i primi oggetti che lo circondano, agitano le gambine e le manine, si guardano intorno, cercano di afferrare oggetti colorati, battono le mani ed emettono suoni con la primissima lallazione. In questo modo i bambini imparano a conoscere sia il proprio corpo che il mondo esterno. Sono i giochi che si collocano nello stadio dell’intelligenza senso-motoria, in quando coinvolgono le strutture percettive e motorie dei bambini.

2 anni. Con l’inizio del processo di individuazione e separazione, i bambini tentano di costruirsi un proprio mondo, senza tuttavia perdere il controllo del mondo esterno. È l’epoca evolutiva in cui i bambini lanciano lontano i giocattoli, per vederseli poi restituire dall’adulto, e cominciano a giocare da soli. Con i due anni iniziano i giochi simbolici, propri dello stadio dell’intelligenza simbolico-prelogica, per cui un oggetto diventa anche una rappresentazione di qualcos’altro.

3 anni. Il terzo anno è la tappa obbligatoria del complesso edipico, e i giochi che i bambini mettono in atto sono rivolti all’espressione della dinamica edipica. Sono giochi competitivi e di socializzazione, con le prime imitazioni del comportamento degli adulti.

4-5 anni. Con il complesso edipico ancora in atto, i bambini cominciano a dedicare le proprie attività ludiche ai giochi con le bambole, al gioco del dottore o del nascondino. Giocare con le bambole o con l’orsacchiotto ha la funzione di riprodurre la relazione con se stessi e con le proprie figure significative. I bambini che ricorrono ai bambolotti scaricano le proprie sofferenze, elaborano i conflitti con i genitori e con i fratelli, manifestano il bisogno di affetto. Il gioco del dottore favorisce la scoperta e l’elaborazione psichica delle differenze sessuali. Il gioco del nascondino promuove una profonda elaborazione del processo di individuazione e separazione.

6-10 anni. L’epoca della fanciullezza e della pre-adolescenza vede l’affermazione dei giochi di gruppo e con regole. I tipici giochi competitivi di questa tappa evolutiva, quali ad esempio i giochi da tavolo, permettono ai fanciulli l’espressione del proprio mondo emotivo e allo stesso tempo il controllo dell’aggressività, e consentono un confronto con “l’altro” e con differenti aspetti della propria personalità. Questi giochi coincidono con la fine dell’intelligenza simbolico-prelogica e coincidono con lo stadio dell’intelligenza logico-concreta.

Guardare i bambini che giocano consente una profonda conoscenza del mondo interno dei bambini e, considerando che il gioco è lo specchio della vita, permette di rilevare eventuali problematiche e difficoltà.

Bambini che sono capaci di giocare e giocano con piacere, bambini che giocano in modo creativo, bambini che sanno giocare da soli e con gli altri, rilevano un buon rapporto con il proprio mondo interno e con la realtà esterna.

Bambini che non sanno giocare da soli, bambini che giocano isolati dagli altri, bambini che non giocano, bambini che giocano in modo irrequieto  e in modo aggressivo, possono manifestare delle problematiche che dovrebbero interessare i genitori e il mondo educativo che gravita intorno ai bambini, e che meriterebbero un approfondimento.

Ma cerchiamo di approfondire quali possono essere tali problematiche.

I bambini che non sanno giocare da soli. Sono bambini con forti dinamiche di simbiosi, che amano giocare con un solo compagno, che non sopportano terze persone. Tali dinamiche sono rappresentate da giochi di accoppiamento di figure e incollando due giochi tra loro.

I bambini che giocano isolati dagli altri. Sono bambini che giocano sempre da soli, isolati, che non manifestano interessi o curiosità “sociali”. Tali bambini possono manifestare vere e proprie patologie, come tratti schizoidi o autismo.

I bambini che non giocano. Sono bambini con uno sviluppo prematuro dell’Io, con un forte autocontrollo, iperadattati all’ambiente. Questi bambini rifiutano il gioco o al massimo preferiscono solo giochi con regole rigide e stabilite. Frequentemente si riscontra un iperinvestimento intellettivo, con un significativo impegno scolastico. Sono dei “piccoli vecchi”, maturi cognitivamente ma carenti di contatto con le proprie emozioni.

I bambini che giocano in modo irrequieto. Sono bambini che passano velocemente da un gioco all’altro, fanno tutto velocemente senza sostare e senza provare alcun piacere per quello che stanno facendo. Dietro tali comportamenti c’è una forte ansia che i bambini cercano di dominare. Tale modalità ludica è tipica dei bambini con disturbi psicosomatici e che soffrono di insonnia.

I bambini che giocano in modo aggressivo. Sono bambini che distruggono i giochi, che simulano solo guerre, lotte, incidenti e morti. Sono giochi che servono a controllare la propria angoscia, a elaborare una violenza subita, a scaricare la propria rabbia.

Un discorso a parte meritano i bambini che giocano con un compagno immaginario.

Il compagno immaginario, che riguarda almeno il 30% dei bambini, riceve un nome proprio dal suo inventore, molto spesso è un nome fantasioso, talvolta è il nome che sarebbe piaciuto avere allo stesso bambino, o il nome di un caro amico. Peculiarità specifiche del compagno immaginario sono: la bontà, la segretezza e la fedeltà. È un amico con il quale si va molto d’accordo, gli si può raccontare tutto, sicuri che non farà la spia. Il compagno immaginario ha un ruolo di fondamentale importanza nella costruzione di un sé pubblico e privato e nel rapporto interattivo con gli altri da sé. È da considerare una figura ideale di appoggio che sembra avere la funzione di consolidare il sé e la propria immagine. Il compagno immaginario apporta certamente un valido e positivo contributo nel corso della socializzazione. Inoltre, aiuta i bambini ad affermare la propria personalità, ad assumere punti di vista diversi, a superare momenti difficili che vivono in famiglia o a scuola.

In linea di massima, il ricorso ad un compagno immaginario non deve preoccupare il genitore o l’educatore.

Sicuramente, se il compagno immaginario è l’unico modo che i bambini utilizzano per esprimere le proprie attività ludiche, si è di fronte ad un comportamento problematico.

Adesso vediamo le caratteristiche che dovrebbero avere i giocattoli.

I bambini hanno la capacità di trasformare qualunque oggetto in un giocattolo, pertanto non necessariamente i bambini hanno bisogno di un vero e proprio giocattolo per giocare.

I giocattoli devono essere:

  • Resistenti, non devono essere troppo delicati;
  • Semplici, non devono essere troppo complessi;
  • Multiuso, non devono essere a senso unico.
  • Di buona qualità, non devono essere fonte alcuna di rischio.

Cosa più importante, devono essere fonte di gioia per i bambini, corrispondere alla loro età e stimolare la curiosità, l’intelligenza e la fantasia.

E i videogiochi? Bambini e videogiochi: l’eterno dilemma!

I videogiochi non devono essere demonizzati ma dovrebbero semplicemente essere scelti dai genitori, e sempre l’educatore dovrebbe vigilare la quantità di tempo che i bambini trascorrono a giocare davanti a un videogioco, che comunque non dovrebbe mai superare un’ora al giorno.

Bibliografia

Castellazzi (2000), Quando il bambino gioca. Diagnosi e psicoterapia, LAS – Roma

Giani Gallino (1991), Il compagno immaginario nel processo di socializzazione, in Psicologia dell’età scolare (A cura di Maria D’Alessio), Carocci Roma.

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