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Comunic(ama)ndo

Comunic(ama)ndo
fam Elena Grimaldo Venezia Mestre (VE)
Psicologo Psicoterapeuta
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Genitori e Figli, Sessualità
Cell.: 339.7517593

 Comunic(ama)ndo

Si sente spesso parlare della comunicazione, ma cos’è? Perché spesso non ci si capisce? Come mai a volte risulta più facile stare in silenzio o urlare piuttosto che superare i fraintendimenti? Come possiamo migliorare la nostra capacità comunicativa? Possiamo raffinare gli strumenti che ci permettono di raccogliere i segnali non verbali del nostro interlocutore senza fermarci esclusivamente alle sole parole che spesso possono essere un veicolo molto parziale del significato dei messaggi?

§           La comunicazione: un ponte tra noi e gli altri

Possiamo dire che la comunicazione è uno strumento che, come una sorta di ponte, ci pone in relazione con gli altri. Comunicare è un bisogno dell’essere umano. Si comunica con il linguaggio, con la scrittura, con i simboli e le immagini, ma anche con il corpo e i suoi gesti, lo sguardo e il tono della voce. Non si può, quindi, non comunicare. Tutti noi trasmettiamo informazioni e inviamo messaggi agli altri anche senza bisogno di utilizzare le parole. Anche quando stiamo in silenzio. Comunicare, infatti, è un’esperienza comune a tutti. Si pensi, ad esempio, al bambino piccolo che con il suo pianto o con un suo sorriso si mette in contatto con la mamma e il papà che si attivano per rispondere alle necessità del figlio.

La comunicazione, intesa come studio dei processi che permettono ai “messaggi” di passare da un individuo ad un altro, è una vera e propria branca della psicologia. Esistono alcuni postulati o assiomi descritti nel libro “Pragmatica della comunicazione umana” che sono:

§         - E’ impossibile non comunicare perché ogni comportamento è comunicazione ed è impossibile non avere dei comportamenti (anche l’immobilità o il mutismo sono dei comportamenti) che si riflettono sugli altri;- La punteggiatura può determinare il senso della comunicazione, ovvero lo stile dato ad una sequenza di fatti può divergere spesso da un interlocutore ad un altro e causare incomprensioni. Ad esempio, ognuno potrebbe considerare il proprio atteggiamento come risposta al comportamento dell’altra persona e ciò può portare ad accuse reciproche che guastano la relazione e, quindi, danneggiano la comunicazione;- Gli essere umani comunicano sia in modo “digitale” che “analogico”: l’organismo umano utilizza sistemi di comunicazione precisi (come il sistema neurologico che utilizza stimoli di tipo elettrico) e sistemi, quali i messaggeri chimici del nostro organismo come gli ormoni, che trasmettono sensazioni ed emozioni su base “analogica”;- Ogni interazione è simmetrica o complementare: nel modello simmetrico la relazione è basata sull’uguaglianza e l’accento verrà posto sugli sforzi impiegati per mantenerla, mentre nel modello complementare la relazione è fondata sul riconoscimento della differenza e, quindi, sul mantenimento dei ruoli e dei compiti connessi.

 

 

§           Come si capisce?

Il momento successivo all’atto comunicativo, ovvero dopo l’emissione articolata di un pensiero, avviene la ricezione del messaggio trasmesso. Una volta percepito, il ricevente deve ricostruire il significato. Si tratta, quindi, di cercare di operare il riconoscimento di un comportamento e di un pensiero altrui. Questo processo è immediato e al di fuori della coscienza del ricevente. E’ influenzato da una serie di fattori:

§         Sensibilità fisica all’ascolto delle parole e del tono della voce;

§         Attenzione selettiva: alcuni segnali possono non essere presi in considerazione, altri vengono immediatamente recepiti, altri ancora volutamente ignorati;

§         Categorizzazione dei segnali, ovvero l’attribuzione di significato globale. E’ una sorta di sintesi che avviene a partire da associazioni collegate alla nostra esperienza e alla nostra memoria.

Sia l’attenzione che la categorizzazione sono influenzate da:

§         Il contesto e le aspettative che agiscono spesso in modo particolare facendo sì che percepiamo le cose e le persone come ci aspettiamo di trovarle. Ad esempio, una stessa affermazione proveniente da una persona che rispettiamo o da un’altra che consideriamo poco intelligente può essere percepita in modo molto diverso.

§         I nostri atteggiamenti generano, a loro volta, aspettative che influenzano ciò che vediamo e udiamo. Si tende così ad interpretare i segnali comunicativi in modo che risultino compatibili con le nostre credenze. Se una persona è prevenuta nei confronti di un’altra tenderà a considerare in modo negativo qualunque cosa essa faccia o dica.

§         Anche la personalità del ricevente interviene nel processo di interpretazione, ad esempio mediante la disattenzione selettiva: ignorando le informazioni che comportano critiche o giudizi negativi sul nostro conto possiamo continuare a nutrire fiducia e stima in noi stessi anche di fronte alla disapprovazione degli altri.

Come si è accennato sopra, la comunicazione ha due aspetti: uno relativo al contenuto del messaggio e uno relazionale che riguarda il modo in cui un messaggio deve essere assunto. Quest’ultimo aspetto viene chiamato “metacomunicazione” e possiamo descriverlo come la comunicazione sulla comunicazione. Metacomunicare comporta due operazioni:

1)       Rendersi conto che il proprio sistema di codifica linguistica può essere diverso dagli altri;

2)       Evidenziare gli aspetti relazionali propri degli scambi comunicativi.

§           Come si comunica efficacemente?

Il successo comunicativo consiste nel saper mettere in discussione il messaggio e confrontare i codici sulla base dei propri sistemi di codifica e di quelli degli altri (“Mi capisci? Intendi cosa voglio dirti?”). E’ chiaro che un’azione di chiarimento a livello di contenuto può risolvere i fraintendimenti relativi all’uso e al significato attribuito a certe parole e a certe frasi, ma è altrettanto vero che spesso il disaccordo e la non comprensione si basa sulla relazione esistente tra gli interlocutori, sulla definizione di sé che ciascuno intende proporre e sull’accettazione o meno di tale proposta da parte dell’altro.

Vi è mai capitato di avere un importante argomento da discutere che speravate di poter trattare in maniera leale, trasparente e democratica, ma vi siete ritrovati senza rendervene conto in un acceso diverbio che, nonostante le buone intenzioni iniziali, vi ha portati a difendere la vostra posizione piuttosto che a comunicare con l’altro? Sembra che la causa di questa difficoltà sia legata a quella parte di intelligenza che gli studiosi chiamano intelligenza emotiva. Il nostro modo di comunicare risulterebbe poco efficace se non abbiamo sviluppato questa parte di intelligenza. E’ proprio lei, infatti, a fare la differenza tra chi ottiene buoni risultati in termini di approvazione sociale e di consenso e chi no. Quando una persona è “emotivamente intelligente” non sente il bisogno di umiliare, di offendere e di squalificare l’altro. Non cerca a tutti i costi di primeggiare e di vincere per avere un potere che abbia un effetto ansiolitico sull’altro e un effetto calmante nei propri confronti, ovvero che permetta di mantenere sotto controllo la propria ansia ed insicurezza.

Quando comunichiamo in uno stato di paura o di ansia tendiamo ad affrontare la situazione con un approccio mentale del tipo vincere/perdere. Io devo vincere e tu devi perdere; io ho ragione e tu torto. In realtà, il problema è che se squalifichiamo il nostro interlocutore e gli attribuiamo inconsciamente il ruolo di perdente, non ne verremo mai fuori. Non potremo avviare, costruire e mantenere una relazione reciprocamente gratificante. La relazione potrà durare nel tempo solo se sarà sostenuta da solide basi come il rispetto reciproco, la tolleranza, l’orientamento al dialogo e l’accettazione dell’altro come partner comunicativo.

Ma allora come si fa? L’alternativa consiste nel riuscire a comunicare dal cuore e con il cuore per arrivare al cuore dell’altro, dando il necessario spazio ai sentimenti e alle emozioni. Questo significa aprirsi ed entrare in una dimensione comunicativa e relazionale autentica e gratificante, alla base della quale ci sono sentimenti importanti come la fiducia, la tolleranza, l’empatia, l’amore e il rispetto per l’altro.

Non è affatto semplice comunicare in questo modo perché non siamo abituati a farlo.

Per imparare a comunicare bene in qualsiasi ambiente dovremmo:

§           Interessarci agli altri: più ci interessiamo degli altri e di quello che sta loro a cuore e più gli altri si interesseranno di noi.

§           Abbandonare l’idea di essere infallibili: chi riesce a dubitare di sé e delle proprie opinioni e mette in conto l’eventualità di potersi sbagliare, è più saggio di quanto non pensi.

§           Imparare ad ascoltare: saper ascoltare è una competenza che richiede la capacità di mettersi nei panni degli altri, sforzandosi di vedere le cose dal loro punto di vista e di coglierne il loro vissuto emotivo. Non utilizzare i nostri valori, i nostri bisogni e i nostri desideri per tradurre i messaggi dell’altro. Saper ascoltare pienamente non è, quindi, udire tutte le parole di un discorso, ma comprendere, ovvero prendere dentro il messaggio e il modo di vedere dell’altro partecipando attivamente a ciò che l’altro ci vuole esprimere.

§           Considerare le emozioni come una risorsa: imparare a riconoscerle, a gestirle e ad esprimerle promuove l’equilibrio interiore e predispone all’autorealizzazione.

§           Essere leali con se stessi e dire quello che si pensa senza temere il giudizio degli altri. Se dire quello che si pensa aiuta a sentirsi bene ed in pace con se stessi, farlo con un po’ di tatto e diplomazia consente all’interlocutore di non irrigidirsi, di non stare sulla difensiva e di non contraddire o rifiutare del tutto il vostro punto di vista.  

§           Sviluppare un orientamento al dialogo. Chi vuole imparare a comunicare davvero deve far proprio il principio win-win (vincere-vincere), ovvero in qualsiasi situazione comunicativa si può vincere insieme (vinco io – vinci tu) senza entrare in conflitto con l’altro. Vi dirò di più. Non è che il conflitto non esista, ma non viene più vissuto come un inevitabile scontro in cui uno deve per forza vincere e l’altro perdere. E’ visto, piuttosto, come una buona occasione di confronto che è utile alla propria crescita.

Concludo con una frase di Carl Rogers che ci ricorda che mettersi nei panni di un altro (empatia) significa “mettere da parte le vostre concezioni e i valori personali onde entrare nel mondo di un altro senza pregiudizi. In un certo senso significa che voi stessi vi mettete da parte”.

Buona comunicAzione a tutti,

Bibliografia

Goleman, D.: Comunicare con intelligenza emotiva -Rizzoli;

Maiello, C.: L’arte di comunicare -Franco Angeli;

Ricci Bitti, P.E. La comunicazione come processo sociale -Il Mulino;

Rogers, C. Un modo di essere – Martinelli-

Stewart, I., Joines, V.: L’Analisi Transazionale – Guida alla psicologia dei rapporti umani -Garzanti;

Watzlawick, P., Beavin, J.H.e Jackson,D.D.: Pragmatica della comunicazione umana -Astrolabio

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