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Infanzia e Adolescenza

Comunicare ai bambini gli eventi dolorosi

comunicare ai bambini eventi dolorosi

comunicare ai bambini eventi dolorosiL’articolo descrive le conseguenze nella sfera emotiva dei bambini quando gli adulti nascondono ai piccoli la verità su eventi traumatici che coinvolgono i bambini stessi, e come invece è possibile renderli partecipi della loro vita con consapevolezza e rispetto della loo sensibilità e fragilità.

Quando nella vita capitano eventi dolorosi come la perdita di una persona cara, un lutto inaspettato in famiglia, la malattia di un familiare o anche un divorzio, è sempre difficile riuscire ad affrontare la situazione e continuare a guardare avanti. Gli adulti generalmente riescono ad affrontare queste situazioni e a non farsi travolgere dagli eventi grazie al sostegno dei propri cari e della rete sociale (amici, gruppi di sostegno, psicologi), e soprattutto alla propria forza di volontà. Per i bambini, soprattutto se piccoli, il discorso è diverso perché essi sono molto più esposti e indifesi nel fronteggiare e gestire il dolore e le perdite. Mi riferisco ad esempio ai casi in cui i genitori si separano, subentra la malattia/morte di uno dei due piuttosto che di un fratellino o sorellina, o ancora è il bambino stesso ad ammalarsi o deve essere affidato/adottato da un’altra famiglia. Penso quindi alle situazioni in cui per il bambino cambieranno molte cose, dalla casa in cui abita alle persone che gli faranno da genitori o che ne seguiranno la crescita, dalle sue abitudini alla sua condizione di salute, in una parola la storia della sua vita.

Capita così che molto spesso i genitori o gli adulti di riferimento incontrino non poche difficoltà nel comunicare ai piccoli cosa sta succedendo e come mai delle persone non ci saranno più o certe abitudini cambieranno, perché si teme sempre di ferire ulteriormente i sentimenti dei bambini e quindi di peggiorare e aggravare involontariamente la situazione. L’esigenza di proteggere i piccoli dall’esperienza del dolore fa parte dell’istinto all’accudimento che ogni adulto ha in maniera più o meno marcata e che manifesta in maniere diverse, istinto che mantiene sempre un forte legame con le vicende emotive vissute nella propria infanzia e fanciullezza.

Indubbiamente è necessario tenere presente nei bambini quali sono i limiti della capacità cognitiva ed elaborativa della realtà e delle complesse vicende umane (spesso inspiegabili anche per gli stessi adulti!) ma la tendenza è quella di sopravvalutare tali limiti e mettere in atto tutta una serie di strategie per nascondere o mistificare la realtà e renderla più “a misura di bambino”, animati dalla convinzione che i bambini non siano in grado di capire e con la buona fede di evitare loro una sofferenza inutile. Spesso gli adulti ricorrono, e quindi ne abusano, al cosiddetto pensiero magico tipico dei bambini molto piccoli: il meccanismo di questo pensiero primitivo è che se di una cosa non se ne parla, è come se non esistesse affatto. Purtroppo la realtà non va in questo senso e ciò che il bambino ha vissuto o sta ancora vivendo continua ad esistere nonostante gli adulti evitino di parlarne credendo magari che comunque il bambino non si accorga di nulla. Non è utile infatti l’atteggiamento di quegli adulti che, ad esempio, nel comprensibile tentativo di rispettare i tempi e la sensibilità del bambino aspettano che sia lui a fare delle domande e a chiedere spiegazioni, come se fosse proprio il piccolo a dover “dare l’autorizzazione” a parlare di certe cose spiacevoli.

Proteggere e prendersi cura amorevolmente dei figli non deve coincidere con l’evitare loro sofferenze e delusioni facendoli crescere in una realtà mistificata e privata degli aspetti negativi e dolorosi. In generale, e quindi soprattutto in situazioni come queste, il ruolo del genitore o dell’adulto di riferimento (che sia anche un operatore sociale o del servizio sanitario) è quello di insegnare al bambino come affrontare i nodi problematici dell’esistenza e il dolore, poichè fanno comunque parte della vita di ognuno, accompagnandolo in questo percorso.

Non parlare è più spesso una mossa che protegge gli adulti dal confronto con l’emotività del bambino piuttosto che proteggere quest’ultimo dalla sofferenza. E il risultato può essere proprio l’opposto poiché in questo modo l’adulto lascia il piccolo da solo di fronte al dolore che seppur non compreso viene comunque avvertito, e evitando di affrontare le questioni e di dire le cose come stanno ne aumenta la confusione, l’ansia e la sensazione di solitudine e mancanza di appoggio e conforto. Provate a pensare, ad esempio, al significato che un bambino può attribuire al silenzio degli adulti riguardo a certe situazioni: nella sua mente si forma l’idea che di queste cose è proibito parlare, che sono dei segreti, delle cose da dimenticare o da ignorare nonostante tutti sappiano che ci sono o ci sono state. Il risvolto emotivo di questo è l’impossibilità di gestire ed elaborare sentimenti come la vergogna, la solitudine, la sofferenza, la paura, che pur non scomparendo tendono a rimanere “bloccate” all’interno dell’anima, come un grido che si blocca in gola e che si ferma lì.

Di fronte a questi vissuti, chiunque, bambino o adulto, reagisce mettendo in campo delle difese che si identificano nei meccanismi di negazione (“l’evento traumatico non esiste, non è vero che è successo”), di scissione (“sono tutti cattivi con me”) o di rimozione del proprio passato e dei ricordi ad esso connessi (cancellare selettivamente i ricordi e i sentimenti  legati all’evento traumatico o alla persona perduta, tagliare via un pezzetto del proprio passato). Queste difese sono sì funzionali a gestire il momento di difficoltà, ma diventano pericolose se persistono e non vengono quindi abbandonate in favore di una elaborazione adeguata dell’evento da un punto di vista cognitivo ed emotivo. È allora fondamentale, per garantire al bambino un adeguato sviluppo psicologico, aiutarlo a mantenere una connessione tra gli eventi che caratterizzano la sua storia di vita, affinchè siano tra loro integrati e non “inscatolati” come in compartimenti stagni senza un legame tra il prima e il dopo. Legare gli eventi, connetterli tra di loro e averne una visione integrata ed unitaria permette al bambino di dare a questi stessi eventi un significato e quindi di dare voce ai quei sentimenti che in lui vengono evocati: l’imperativo è “aiutare il bambino a conoscere i fatti importanti della sua vita e a significarli correttamente connettendoli al vissuto affettivo-emotivo che essi suscitano”. Se conosciamo la nostra storia e possiamo rifletterci su in modo critico e realistico, possiamo anche attribuirle dei significati equilibrati e coerenti con le nostre personali emozioni permettendo alla nostra personalità di crescere armonica e sana. Non sapere e non capire cosa ci è accaduto dà spazio a facili mistificazioni della verità dei fatti e induce a non avere una connessione con gli stati interni e le emozioni: il rischio è di sviluppare un funzionamento psichico non sano che prelude a forti difficoltà, nella vita adulta, a stabilire delle relazioni emotivamente coinvolgenti e quindi soddisfacenti. È in gioco la capacità di accettare, con sufficiente serenità e coerenza con la realtà, la propria storia personale integrandone gli aspetti piacevoli a quelli dolorosi e difficili e tenere insieme le varie parti di sé, “cucirle insieme”, in una personalità equilibrata. In questo senso è fondamentale:

1.     dire la verità ai bambini e aiutarli nel processo di significazione (cioè dare un significato agli eventi e chiarire le motivazioni delle azioni) e accettazione dell’accaduto, perché capire è il punto di partenza per una prospettiva di possibili futuri cambiamenti. Ovviamente qui devono intervenire il buon senso ed il tatto dell’adulto nel trovare le parole giuste e la modalità più consona per comunicare col bambino: è un delicato equilibrio tra la necessità di informare correttamente sulla verità dei fatti e degli accadimenti che riguardano la sua famiglia e la sua vita da una parte, e la capacità del piccolo di accettare e confrontarsi con informazioni difficili e dolorose dall’altra. Inoltre grande rilevanza ha la persona che svolgerà questa funzione perché la comunicazione che proviene dai genitori (quando possibile) o da altri adulti affettivamente importanti ha un effetto decisamente positivo visto che inserita in “una cornice” di forte significatività affettiva.

2.     all’interno di una relazione significativa per fornire adeguato sostegno affettivo: la relazione è uno strumento importante per trasmettere sia le informazioni che le attribuzioni di significato alla storia di vita perché la “cornice” creata dalla relazione stessa rende il contenuto della comunicazione credibile e affettivamente congruo con il mondo interno del bambino. Il percorso di rivisitazione e riflessione sulla storia personale e familiare, anziché ridursi ad un mero passaggio di informazioni sui fatti accaduti, può così diventare occasione per un vero cammino verso la comprensione e la elaborazione della propria storia esistenziale. In questo cammino l’adulto significativo ha un ruolo direttivo, di colui che guida e accompagna, con garbo ed empatia, con delicatezza e verità, con fare accogliente e sereno, per permettere al bambino di portare alla luce gli eventi traumatici e di poterne parlare riflettendoci assieme e salvaguardando la sua salute psicologica.

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