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Infanzia e Adolescenza

Come gestire i conflitti tra bambini

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Dt.ssa Sara Belli fa parte dello Staff Redazionale di B4U Sara Belli Priverno ()
Aree di Competenza:
Cell.: 329 4188208

A qualunque età, il conflitto di per sé non va considerato automaticamente come indice di una qualche disfunzionalità, poiché se ben gestito può servire a ripristinare degli equilibri più solidi e a stabilire rapporti interpersonali più armoniosi e leali. Credere che una buona convivenza si fondi sull’assenza di conflitto è sbagliato ed irrealistico: un rapporto sereno nasce spesso dalla capacità di percepire e vivere lo scontro con l’altro come uno dei tanti momenti dello “stare assieme” e come un’opportunità per:

  • imparare a conoscersi
  • riconoscersi ed accettarsi reciprocamente per ciò che si è.

Per i bambini, in particolare, il litigio è un fatto del tutto naturale, quasi un’attività ludica: attraverso il litigio il bambino scopre se stesso e gli altri, inizia a valutare il senso del limite, le proprie risorse ed il valore dell’errore, imparando a gestire le proprie forze in funzione di quelle altrui.

Il conflitto rappresenta quindi un’opportunità di crescita a più livelli (cognitivo, emotivo e sociale); ignorarne la valenza positiva, pertanto, vuol dire privare i piccoli di un bagaglio esperienziale molto importante per il loro sviluppo.

Un adulto che da bambino non ha potuto “imparare a litigare”, spesso non è in grado di distinguere tra violenza e conflittualità. Non di rado, sono gli adulti a vivere le contese infantili con estrema tensione, attribuendovi contenuti presunti (molte volte errati) e modificando inevitabilmente la percezione e il valore dell’evento stesso; questo perché essi tendono a valutare i conflitti tra bambini trasferendovi inconsapevolmente i sentimenti negativi che loro, in quanto adulti, sperimentano nel litigare con qualcuno.

Studi condotti nell’ambito della psicologia dello sviluppo evidenziano infatti che la percezione adulta dei litigi infantili non coincide affatto con quella dei bambini e che alcune caratteristiche della litigiosità infantile possono essere spiegate solo interpretandola come un evento fisiologico, un modo di vivere, un aspetto inevitabile dello stare assieme con i pari.

In particolare, da una ricerca condotta nel 2013 da Daniele Novara e Caterina Di Chio su 466 alunni (fra i 3 e i 10 anni) di alcune scuole primarie e dell’infanzia della provincia di Torino, è emerso che i bambini sono dotati di un’ottima capacità di autoregolazione, ovvero, sono in grado di risolvere un bisticcio abbastanza acceso, in tempi ragionevoli e senza alcuno strascico. In età prescolare, ad esempio, è molto frequente che due amichetti che un momento prima stavano giocando allegramente, nel giro di pochi minuti inizino a comportarsi come se non si sopportassero più. Episodi come questi possono essere spiegati sulla base dell’incapacità, tipica di questa fase, di sopportare e gestire la frustrazione di un proprio desiderio, pertanto, prima di decidere se intervenire o meno è importante che l’adulto sappia che:

  • le dispute infantili solitamente si risolvono naturalmente, senza trascendere in episodi di violenza, (tanto temuti dai genitori);
  • prima dei 6-7 anni, i bambini e le bambine non dispongono, anche in termini cognitivi, di un’intenzionalità consapevolmente lesiva.

La ricerca svolta da Daniele Novara e Caterina Di Chio ha evidenziato come il metodo maieutico di risoluzione dei conflitti, incrementando la capacità dei bambini di autoregolarsi e di risolvere autonomamente le loro dispute, ne faccia decrescere la frequenza (specie nella fascia d’età 6-10 anni).

Parliamo di un approccio educativo, denominato “Litigare bene”, applicabile essenzialmente compiendo “due passi indietro e due avanti”.

1° passo indietro: non cercare il colpevole perché non c’è. «Chi è stato?», «Chi ha iniziato?», sono le domande da evitare per non passare il messaggio che il bambino stia compiendo qualcosa di sgradevole o rovinoso per cui verrà giudicato e punito. In questo modo si evita che il bambino cominci a comportarsi in funzione di ciò che l’adulto si attende da lui.

2° passo indietro: non imporre soluzioni, poiché non esiste la risposta esatta, piuttosto, ciò che conta è la capacità di gestire la situazione. NO a frasi del tipo «Basta!», «Smettetela di litigare!», «Fate la pace!», spesso basate sulla falsa credenza che i bambini non sappiano uscire da soli da una situazione di contrasto. Un atteggiamento del genere crea dipendenza dall’adulto, il quale diverrà per i bambini coinvolti, il punto di riferimento indiscusso per ogni decisione da prendere.

I passo avanti: aiutare i piccoli litiganti a confrontarsi sul litigio stesso. In questo modo i bambini in causa vengono messi nella condizione di enfatizzare la propria versione. Può essere utile stimolarli al confronto con frasi del tipo «Dammi la tua versione» o «Datemi la vostra versione». Lo scambio comunicativo può avvenire a parole, ma anche mediante elementi simbolici come disegni o foglietti scritti nei quali ognuno può riportare il proprio punto di vista sull’accaduto per poi offrirlo al compagno.

II passo avanti: favorire l’accordo tra i bambini coinvolti. Dopo aver messo a confronto le proprie versioni, i due bambini vengono aiutati da un adulto in posizione neutrale, a riconoscere come legittime tutte le ragioni emerse, autoregolandosi e trovando così un giusto compromesso.

Attraverso un approccio di questo tipo, i bambini hanno l’opportunità di sviluppare:

  • la capacità di adattare i propri desideri al contesto esterno, rafforzando così il principio di realtà;
  • il decentramento emotivo e cognitivo, ovvero la consapevolezza che esistono emozioni e punti di vista diversi dal proprio, fondamentale per imparare a guardare le cose da diverse prospettive;
  • il pensiero divergente, ossia la capacità di trovare soluzioni creative ed efficaci, in grado di accontentare entrambi i partner coinvolti nel conflitto.

Certamente per i genitori così come per gli insegnanti non è facile resistere alla tentazione di intervenire di fronte ad una situazione conflittuale venutasi a creare tra bambini. È però importante comprendere che desistere, spesso è funzionale alla formazione del bambino che, se messo nella condizione di gestirsi autonomamente in una o più circostanze “critiche”, potrà acquisire la capacità di convivere con gli altri, di socializzare ed interagire anche nella complessità delle relazioni.

“A stare nei conflitti si impara attraverso i conflitti” -Paolo Ragusa-

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