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Emozioni

Cherofobia: quando la felicità fa paura

cherofobia
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Dipendenze, Sessualità
Cell.: 3804739760

Nel 2018, Martini Attili, conquista X-Factor con il brano Cherofobia, accendendo i riflettori su questa condizione psicologica.

Cos’è la cherofobia? Etimologicamente la parola deriva dal greco chairo “rallegrarsi” e phobia “paura”, dunque indicherebbe la paura di essere felici. Prima di addentrarci nel fenomeno, però, precisiamo che, la cherofobia, non è riconosciuta ufficialmente come disturbo dalla comunità scientifica internazionale.

Da cosa dipende la cherofobia?

Per comprendere meglio in fenomeno dobbiamo, prima di tutto, analizzare il nostro contesto e la nostra società, rispetto al concetto di felicità. Essere felici, infatti, non è qualcosa di tangibile e concreto che possiamo prendere e mettere al sicuro in cassaforte; è una condizione che, dunque, può subire le influenze dell’ambiente circostante.

Nella nostra società, il concetto di felicità, sembra aver preso una direzione piuttosto chiare. Le caratteristiche predominanti, ormai, sembrano essere quelle legate al successo, al denaro, all’estremizzazione dell’estetica, alla bellezza e alla dimostrazione di benessere attraverso l’acquisto di oggetti sempre più costosi. Siamo quotidianamente bombardati da stimoli che ci spingono verso un’idea consumistica della felicità, quasi sempre legata a qualcosa di esterno a noi, qualcosa del quale, probabilmente, fino a poco tempo prima, neanche sentivamo la necessità di avere.

Come si lega questo aspetto della società alla cherofobia? Il nostro mondo attuale cerca di rendere la felicità un qualcosa di acquistabile, dunque di concreto e verificabile. Se la felicità diventa acquistabile, vuol dire che può essere anche misurata secondo determinati parametri. Se la felicità diventa misurabile, allora, di conseguenza, lo è anche l’infelicità. L’individuo, dunque, rischia di cadere nel tranello di sentirsi felice esclusivamente se rispecchia, o possiede, determinate caratteristiche che l’ambiente esterno gli indica.

Dato questo contesto, possiamo aggiungere che la cherofobia,  più che riguardare la paura di essere felice, riguarda quella di non esserlo più. Chi soffre questa condizione, probabilmente, avrà avuto in passato un rapporto problematico nel gestire determinate situazioni. Lunghi periodi di insoddisfazioni, situazioni dolorose avvenute in seguito a momenti di felicità, scarsa capacità di gestire le emozioni. Questi sono solo alcuni degli elementi che, se non affrontati con consapevolezza, possono portare la persona a una sorta di staticità, secondo la quale ad ogni avvenimento felice ne seguirà uno infelice e problematico, come se ci fosse una riparazione negativa di tutto. Il cherofobico tende a evitare ogni situazione che possa portargli gioia, in quanto ha paura dell’infelicità che inevitabilmente ne conseguirà, in una sorta di perenne ansia anticipatoria di un dolore che ancora non esiste.

Bisogna precisare, inoltre, che la cherofobia non è da accomunare alla depressione. Il cherofobico non si mostra per forza triste, malinconico e giù di morale, semplicemente cerca di evitare ogni situazione che, potenzialmente, possa farlo stare bene.

Cosa si può fare?

Una persona equilibrata, capace di accettare se stesso e consapevole dei propri comportamenti, sa che nella vita ci sono periodi di felicità e altri d’infelicità e che, entrambi, sono passeggeri. A chi soffre di cherofobia, sembra mancare esattamente questa capacità. Sembra non avere le risorse per gestire i periodi di difficoltà, caratterizzati da emozioni negativa, sentendoli come perenni e senza fine.

L’obiettivo, dunque, dovrebbe essere quello di apprendere e far emergere questo tipo di risorse. Imparare ad accettare che l’infelicità è una condizione inevitabile e normale della condizione umana. Non solo. Imparare che non è la felicità il preludio dell’infelicità, ma esattamente il contrario. È durante i periodi negativi e più duri che apprendiamo le lezioni più importanti. Impariamo a conoscerci meglio e, grazie all’esperienza, a portarci verso situazioni più positive.

Oltre a questo, dovremmo cercare di riportare il concetto e l’idea di felicità ad una condizione più intima, più nostra. Essere felici dovrebbe riguardare la nostra persona, quello che abbiamo dentro, e non l’esterno. La felicità è un qualcosa che scaturisce dal nostro benessere psico-fisico, dalla nostra capacità di essere in equilibrio con noi stessi, dal saper soddisfare i nostri veri bisogni emotivi. L’obiettivo, a volte difficile da raggiungere e per il quale potremmo rivolgerci ad un professionista, non è la felicità, ma il nostro benessere, lo star bene con noi stessi.

La felicità è una conseguenza.

Non può essere acquistata.

Non può essere misurata.

Noi, però, possiamo prepararle il terreno, affinché sia lei a venire da noi.

 “- Secondo me tu hai paura di essere felce, Charlie Brown. Non pensi che la felicità ti farebbe bene?

  • Non lo so. Quali sono gli effetti collaterali?”

(Charlie Brown, Charles M. Schultz)

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