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Infanzia e Adolescenza

L’aggressività nei bambini. Chi sveglia il Vulcano?

aggressività-bambini
Davide Viola Davide Viola Formia (LT)
Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere, Genitori e Figli
Cell.: 3473106781

aggressività nei bambini

Il termine “aggressività” indica sia il comportamento finalizzato all’adattamento dell’uomo, in modo attivo, creativo e disponibile, al mondo che lo circonda, sia il comportamento violento inteso come aggressività fisica verso un essere umano con l’intenzione di fare del male. La definizione di aggressività non è chiara: nella revisione della letteratura, infatti, i vari autori, esponenti di impostazioni teoriche diverse, hanno affrontato il problema privilegiando maggiormente lo studio delle origini e delle cause della condotta aggressiva, piuttosto che il suo spessore clinico.

Storicamente possiamo riconoscere tre posizioni teoriche divergenti:

  1. aggressività come fenomeno teso alla distruzione;
  2. aggressività intesa come istinto innato di controllo e comando;
  3. aggressività come risultato di due istinti umani fondamentali, quello della morte e della distruzione combinato a quello dell’amore e della vita (Di Muro et al., 2008).

Le principali teorie che sono alla base della problematica dell’aggressività nei bambini sono la teoria neurofisiologica, la teoria etologica e la teoria psicoanalitica.

La preoccupazione del neurofisiologo è quella di localizzare a livello del Sistema Nervoso Centrale il centro dell’aggressività. Si sono così arrivati a descrivere centri che favoriscono le condotte aggressive e altri che le inibiscono. Si può grossolanamente ritenere che queste regioni si collochino nelle zone talamo-ipotalamiche, nucleo caudato in particolare, e nel bulbo olfattivo.

L’etologo studia l’individuo umano o animale quanto più possibile nel suo ambiente naturale e nelle sue interazioni con gli altri individui della stessa specie o di specie diverse. La condotta aggressiva animale che interviene più spesso all’interno di un contesto ritualizzato è così descritta:

  • le posture di minaccia prima di iniziare qualsiasi lotta;
  • il comportamento del combattimento;
  • l’attitudine di sottomissione.

Sigmund Freud fu tra i primi ad occuparsi in modo articolato di aggressività e da subito la postula come dimensione pulsionale-motivazionale inconscia, orientata alla distruzione.
Questo punto di partenza freudiano pone l’aggressività come un istinto connaturato nell’uomo, presente nella sua personalità e motivante, che obbligherà gli autori che si occuperanno di aggressività a dover sempre fare i conti con la questione motivazione e con un relativo modello della mente. Freud ipotizza che l’aggressività-distruttività sia istintuale-originaria, che sia un comportamento reattivo, ovvero una risposta alla frustrazione, nel senso di un’incapacità dell’Io di mediare rispetto ai bisogni della mente. L’aggressività è considerata, in psicoanalisi, una realtà indiscutibile dell’infanzia. Per questo motivo bisogna distinguere chiaramente tra:

  • le condotte aggressive come espressioni agite di pulsioni severe;
  • i fantasmi di aggressione o di distruzione nei quali oggetto e soggetto sono spesso confusi, l’Io e il non Io indistinti;
  • le fantasie aggressive in cui il bambino elabora gradualmente il suo spazio psichico (Marcelli, 2001).

L’aggressività infantile è strettamente collegata all’adattamento a lungo termine. I bambini che manifestano aggressività pensano e si comportano in modo differente rispetto a quelli che non la presentano. Infatti, spesso hanno una visione del mondo tale per cui sono convinti che gli altri operino in modo ostile e dispettoso verso di loro. Per la maggior parte dei bambini, lo sviluppo del comportamento aggressivo coinvolge fattori temperamentali e ambientali. Alcuni di questi bambini fin dai primi anni di vita possono essere difficili e irritabili e questo potrebbe rappresentare un modello iniziale di comportamento aggressivo. Molti bambini aggressivi non hanno buone abilità di comportamento sociale, hanno compromesse interazioni con i coetanei, e hanno gravi carenze a carico delle capacità sociali. Nello sviluppo del comportamento aggressivo ricopre un ruolo importante la famiglia del bambino. Vari studi hanno dimostrato che in molte famiglie con bambini con problemi comportamentali esiste un clima familiare coercitivo. In queste famiglie non è insolito che i genitori urlino, incolpino e critichino in modo continuo allo scopo di controllare il bambino. Allo stesso modo, il bambino si arrabbia, urla, incolpa, allo scopo di controllare i genitori. Quando esiste un clima familiare coercitivo, i genitori sono spesso inefficaci in varie aree del loro ruolo:

  • attribuiscono poca importanza e attenzione ai comportamenti positivi del bambino;
  • concedono maggiore attenzione ai comportamenti negativi;
  • non mettono in atto una supervisione o un controllo adeguati sul comportamento del bambino;
  • non trascorrono abbastanza tempo con il bambino, ostacolando l’instaurarsi di una relazione stretta tra genitore e figlio.

Ancora non si è giunti a conclusioni definitive su ciò che causa il clima familiare coercitivo. Potrebbe essere che i genitori non possiedano buone capacità relative al proprio ruolo o potrebbe anche essere che il bambino abbia un comportamento talmente difficile da gestire che comprometterebbe lo stile educativo dei genitori (Di Pietro et al., 2008).

Le prime condotte squisitamente aggressive si manifestano nei bambini alla fine del secondo e durante il terzo anno di età. Il bambino piccolo può mostrare rabbia con agitazione dei piedi, delle mani, con le grida, ma è solo verso i tre anni che adotta un comportamento oppositivo e collerico. Verso i quattro anni, inizia a esprimere la sua aggressività verbalmente. Le fantasie aggressive, a questa età, sono molto ricche e intense, come dimostrano i giochi e i sogni d’angoscia che compaiono qui. Le condotte eteroaggressive tendono a scomparire, ma alcuni bambini continuano a dimostrarsi violenti, picchiano i loro compagni, rompono oggetti propri e altrui. La violenza si può quindi distinguere in materiale, come la distruzione di oggetti, e in fisica, che può arrivare fino a vere e proprie condotte assassine.

Le condotte autoaggressive sono drammatiche, e includono le automutilazioni degli psicotici precoci, le automutilazioni impulsive e i tentativi di suicidio. Le automutilazioni degli psicotici precoci, ma anche dei grandi encefalopatici, sono molto frequenti e suggeriscono la non organizzazione dei confini corporei. Le condotte automutilatorie interessano prima la testa, picchiata sul pavimento o contro la parete del letto, quindi la bocca, morso alle labbra o mordicchiamenti delle proprie dita, quindi la mano, graffi sul proprio viso, colpi sugli occhi e sul corpo. Le automutilazioni si osservano in diverse situazioni:

  • in risposta ad una frustrazione;
  • come comportamento autostimolante;
  • come segnale di richiamo dell’ambiente.

Le automutilazioni impulsive si verificano in seguito a gravi crisi di agitazione e si traducono in una profonda intolleranza alla frustrazione. L’intolleranza alla frustrazione è normale verso i 2-3 anni, mentre assume proporzioni allarmanti dopo i 6-7 anni e fino alla preadolescenza.  I tentativi di suicidio del bambino sono rari e rappresentano delle drammatiche eccezioni.  Sul piano epidemiologico c’è una lieve predominanza dei bambini sulle bambine e tanto più il bambino è giovane tanto più il mezzo utilizzato è violento e traumatico (strangolamento, impiccagione, annegamento). Verso gli 8-10 anni possono essere usati metodi quali l’intossicazione da farmaci appartenenti ai genitori. La situazione familiare è sempre problematica, con una situazione sociale ed economica di emarginazione e degrado. Si rilevano frequentemente antecedenti psichiatrici dei genitori. Il significato del tentativo di suicidio è spesso espresso come desiderio di punizione e quanto più il bambino è piccolo tanto più il desiderio riconosciuto di morire sembra profondamente mascherato. Dal punto di vista psicopatologico esiste un rapporto significativo tra i tentativi di suicidio e la depressione, che può integrarsi, quest’ultima, sia in un’organizzazione di personalità di tipo nevrotico, sia in un’organizzazione al limite con la psicosi. Diversi autori hanno stabilito un parallelismo tra le condotte suicide e la propensione al rischio di alcuni bambini. Alcuni bambini sfidano continuamente le regole, mettendo a rischio la loro vita; alcuni camminano sul bordo del precipizio, attraversano la strada senza controllare il passaggio delle macchine, non manifestano alcun senso del pericolo e mostrano una predisposizione ad incidenti impressionanti. Ciò deve incitare i professionisti della salute mentale a considerare questi comportamenti e questi ripetuti incidenti una testimonianza di un particolare contesto psicopatologico e non attribuirli ad una semplice fatalità (Marcelli, 2001; Viola, 2010).

Bibliografia

Di Muro A, Luccarelli L, Catrogiovanni P (2008), L’aggressività, in Scale di valutazione in Psichiatria, The italian on line psychiatric magazine.

Di Pietro M, Bassi E, Filoramo G (2008), L’alunno iperattivo in classe. Problemi di comportamento e strategie educative, Edizioni Erickson, Trento.

Marcelli D (2001), Psicopatologia del bambino, Masson, Milano.

Viola D (2010), I disturbi del comportamento nei bambini. Iperattività, comportamento dirompente, rabbia e aggressività, Edizioni UNI Service, Trento.

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