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Ben-Essere

Accettarsi nelle proprie imperfezioni

Psicologo
Aree di Competenza: Ansia e Depressione, Ben-essere
Cell.: 340.0575571

Chi sei? — disse il Bruco. Non era un bel principio di conversazione (Lewis Carroll). Quante volte nella quotidianità conosciamo qualcuno di nuovo e dobbiamo presentarci. In quel momento parlare di sé significa parlare della propria identità, di chi si è.

Da bambini la concezione di se stessi è legata alle figure di attaccamento che abbiamo attorno. La relazione che si instaura con i genitori, in primis, e successivamente nella crescita con amici e persone, funge da specchio per cogliere ed elaborare le proprie caratteristiche. Un po’ per prove ed errori, in un percorso di apprendimento continuo, è possibile comprendere se, per esempio, si è simpatici perché gli altri ridono e sorridono. Attraverso la capacità riflessiva è possibile elaborare le risposte del mondo, o più precisamente dell’altro da noi, al nostro comportamento, traendone delle inferenze sui nostri tratti interni.

Lo psicologo sociale Cooley, per esprimere queste situazioni, ha parlato di looking glass self che significa che “l’Io di una persona è il risultato delle interazioni interpersonali nell’ambito sociale e di ciò che gli altri percepiscono di noi”.

Ma non basta. Nella definizione di se stessi è necessario includere anche ciò che noi pensiamo che gli altri pensino di noi. Quest’area è dominata dal modo che ognuno ha di leggere la realtà che vive e spesso si traduce in quella che possiamo chiamare una profezia che si autoavvera per la quale si risponde non tanto a ciò che avviene, ma a ciò che si pensa stia avvenendo.

Quando pensate che l’altro vi reputi antipatico, inizierete naturalmente a prestare piú attenzione a tutti quei comportamenti che sostengono il vostro pensiero. Il cervello è programmato per andare alla ricerca di informazioni coerenti e setta quindi i processi cognitivi su questa modalità. Solo se ci sono motivazioni forti e interesse nel verificare quella data informazione, allora verrà naturale ampliare lo spettro delle fonti dalle quali trarre pensieri.

Nel gioco a tre della costruzione della propria identità manca a questo punto un contributo importante, vale a dire ciò che noi stessi pensiamo di noi. È soprattutto durante l’adolescenza che si sperimenta questa voglia di scoprirsi. È proprio in questa fase di cambiamento molto forte che parte dall’esterno e continua nel profondo che ci si inizia a confrontare:

  • con il proprio sé ideale (spesso ciò che i genitori vorrebbero),
  • il proprio sé percepito (ciò che viene rimandato, per trovare il proprio sé reale).

In un movimento di separazioni, a volte dolorose a volte più tollerabili, e avvicinamenti, è possibile iniziare a riconoscersi le caratteristiche che connotano ogni persona. Vivere queste caratteristiche e quindi auto-riconoscersi è una delle più importanti fonti di piacere perché significa aprirsi alla vita. Proprio come quando si mangia del cioccolato, i circuiti dopaminergici nel nostro cervello, rilasciando dopamina, producono uno stato di benessere dell’organismo. Questo è ciò che potremmo, a buona ragione, definire piacere.

Soprattutto se si è stati feriti da bambini, se la concezione dell’amore che si è assorbita è quella di un amore condizionato: ti amo se…, allora sarà più naturale da adulti accudire quel sé bambino aderendo agli altri e soffrendo per i non riconoscimenti ricevuti. Imparare, invece, a guardarsi e a scoprirsi, decretando ciò che di sé piace o non piace, permette di divenire ‘genitori di se stessi’, cioè di iniziare a dare il via a quel bisogno di autoaffermazione insito in ognuno di noi. Accettarsi è un percorso fatto di chine e discese perché ci vuole coraggio a essere se stessi.

Dirsi “sono fatto così” significa depotenziare i giudizi altrui, saperli accogliere emotivamente e rispondervi, alzando la propria voce interna.

Compiere questi passi verso la propria individuazione non significa essere totalmente disinteressati all’esterno – quando ciò avviene si parla di personalità patologiche – ma di concedere l’ultima parola proprio a se stessi. Significa imparare a guardarsi e a lavorare su quelle caratteristiche che di se stessi non si amano. Osho ha detto: “la prima cosa è di cancellare tutto ciò che ti è stato forzato addosso, e solo allora sarai in grado di ascoltare la voce del tuo cuore.”

Per iniziare in questo percorso provate a fare questo esercizio che ho ideato con la collega Dott.ssa Samira Airoldi nel nostro comune percorso di formazione. Guardate attentamente la vostra mano: è unica. Lì trovate scritte le vostre caratteristiche inimitabili, le vostre impronte digitali; è uno strumento di confine con il mondo, che permette di allontanare, ma anche di entrare in contatto. Nella nostra società è uno dei primi elementi che usiamo per entrare in relazione quando conosciamo qualcuno. E poiché si dice ‘toccare con mano’ come metafora del conoscere, provate a scrivere per ogni dito una caratteristica che vi piace di voi stessi e chiedetevi se è vostra o se deriva da qualcosa che vi hanno detto. Prendetene contatto e osservate quanto vi fa star bene, perché l’avete scelta e cosa vi comunica di voi. Questa piccola, grande, esperienza è uno dei primi passi per scoprire che per piacere è necessario piacersi.

Iniziare a sentirsi imperfettamente perfetti per come si è, cioè smettere di essere perfetti, dà luce al nostro interno ed è il momento in cui tutto inizia ad accadere. In fondo, come ha scritto Pedro Chagas Freitas, l’amore arriva quando smettiamo di essere perfetti… anche verso di sé.

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